Quelle parole che ti ho scritto…

Ripenso a quel giorno di luglio, quando mi hai chiamato al telefono. Mi hai detto: “Sto per morire! Scrivimi qualcosa da leggere in Chiesa”. Ero atterrito da quelle parole. Non sapevo che dire. Fuori il caldo afoso di luglio, aumentava il senso di vuoto. Vuoto che non aveva appiglio. Un’ancora di salvezza. Vedevo solo il mare in burrasca ed il vento che non si calmava.

Sono passati cinque anni da quella telefonata. Ricordo, ancora, precise, quelle parole dette con fatica. Dritte. Senza giri retorici. Hai chiamato di nascosto. Senza nessuno che potesse sentirti. Al buio di una stanza di ospedale.

Ho sentito quel dolore che sapevi di avere e che facevi finta di coprire, con un sorriso stampato, quando ti venivo a trovare. Ho sentito la tua voglia di vivere, pian piano, distrutta da un tumore violento.

Ho sentito freddo, quel martedì di luglio.

Stavo per laurearmi e stavo ritoccando una tesi fortunata.

Il 24 mi sono laureato. E già non capivi più. Il 31 sei morta, portando con te quelle parole che ti ho scritto.

E che conserverò sempre nel mio cuore.

Rossetto Rosso (1)