Non passa niente

Mi lascio trasportare dal buio. Non so definirlo. Mi fa paura, ma blocca il tempo. Lo rende statico, per un po’. Una bolla di sapone, tu sei dentro. Tanto non scoppia quando è buio. Fuori non c’è nessuno. Forse qualche schiamazzo di adolescenti arrapati, dopo la discoteca. Gente trasuda sesso, divertimento senza precauzioni. Tu sei, lì, guardando il buio. Vuoi afferrarlo. Non puoi. Riempirlo, non puoi. Sognare, vivere vite di altri. Che di notte si nascondono, in macchine fredde, senza aria calda. Macchine che stazionano ai bordi di una stazione. Anche lì le lancette sono ferme. Vanno avanti, ma hanno più peso. Rispetto al giorno, quando bambini allegri fanno cadere lo zainetto. Zainetto che si apre: bavaglino, bicchiere. Rispetto al giorno, quando le lingue di due sconosciuti-conosciuti si legano, come un nodo. Nodo che non si scioglie. Troppo forte, intenso, quel legame. Legame che dura poco. Perché le lancette, di giorno, continuano a camminare. Fino a quando arriva la sera, la notte. Che paura! Eccolo lì, ci bussa alla porta. E’ il buio: arriva in una velocità estrema. Poi, si ferma. La notte è lunga. Molti dormono. Qualcuno osserva dalla finestra, quello che passa. Ma…non passa niente.

 

 

 

Fragile

Fragile
come una
rosa in
estate. Un’estate
torrida che
non ha acqua.
Solo fuoco.
Che da lontano
impone la sua
grandezza.
Gialla. Arancione. Rossa.

Fragile
come un
puttana vestita di
bianco che
ho appena incontrato.
Andava con un cane
nero, suo unico amico.
Mi ha fermato
e mi ha detto:
“Vorrei essere
come le altre.
Quelle fortunate.
Le ho risposto:
Essere se stessi
purtroppo ha le
sue conseguenze.”

Fragile
come tre
donne che
invocano Dio.
Tre donne
anziane
ai limiti
di una vita
fatta forse
di sacrifici.
Una vita
in Chiesa
dove
luoghi comuni
hanno
trovato
una dimensione.
Equilibrio.

Fragile
come le cicale
che mando a fanculo.
Come le foglie
che cadono, le mamme
che piangono al telefono.
Gli uomini che
passeggiano soli
per ore.
E le rumene
che non hanno
nessuno.
Schiave a
volte di
signore
che le trattano
male.

Fragile come me che scrivo. Come te, che piangi, forse, adesso, davanti a un film romantico. Fragile come i sogni, i desideri, le frasi fatte, le parole dette piano. I baci appena percepiti.

 

Blog di Libri

 

 

 

Luce che entra

Quella mattina si è alzato senza dire nulla a nessuno. Uscito con la fretta di chi non apprezza nulla. Nemmeno la colazione sul tavolo preparata da qualcuno che ama. Lo ama.  Ha vagato per vie centrali senza meta. Direzione. Ha vagato per strade sconosciute aspettando qualcosa. Non trovando nulla. Illuminato per un attimo da una luce solare, si è sentito importante. Capito. Si è sentito accettato, amato, osannato, rinvigorito. Quando ha calpestato l’ombra è di nuovo sceso negli inferi dei suoi mostri. Ha vagato ancora, cercando quella luce. Una luce ora scomparsa, impercettibile. Una luce che forse un giorno incontrerà di nuovo. Forse mentre fa colazione ed apprezza un succo d’arancia colmo. E un panino del giorno prima con la marmellata comprata dal fruttivendolo. l

17 ottobre: Gemma

A Gemma, una mia cara amica.

 

Ti ho conosciuto al mercato. Vendevi solo la verdura, per la precisione. A volte, anche fiori. Soprattutto nella stagione primaverile quando, tu, Gemma germogliavi.

Te ne sei andata in un anno. Un tumore ai polmoni ti ha portato via. Lontano da me.

Il nostro era un rapporto genuino, familiare. Nonostante non avessimo legami di sangue.

Mi domandavi come stavo e se qualcosa mi rendeva cupo, te ne accorgevi subito.

Eri allegra. Animavi il mercato. Con le tue risate spropositate e le tue conversazioni su Amici, Il Grande Fratello, L’Isola dei Famosi, Pomeriggio 5 e La Vita in Diretta.

Ti piaceva ballare e fare commedia. E ogni volta che ti vedevo fumare, ti sgridavo. Ma, tu, prontamente mi rispondevi che prima o poi tutti dobbiamo morire.

Ti voglio ricordare in una giornata qualunque autunnale, mentre tornata dal mercato, ti rinchiudevi in casa. Ti piaceva la vita domestica! Me lo dicevi sempre.

Ti voglio ricordare come se ti vedessi dalla finestra. Da fuori verso dentro. Ci sei tu che metti nel forno il pollo con le patate. Mentre le tue due televisioni ti raccontano cosa sta succedendo per il mondo. Tra poco tornerà tuo marito e mangerete alle sei e trenta. Per la precisione.

Te ne sei andata, questa mattina, alle 9.00, proprio quando passavo al mercato e ti dicevo: “Ciao Gemma! Come stai?”

E tu mi rispondevi: “Se mi vedi, vuol dire che sto bene!”

Tvb.

Em@

 

5 ottobre: Mi fai schifo!!!

Ci sono persone che mi insultano. Senza un perché. Pensano di essere grandi, superiori. Di travalicare il confine, fieri di quello che dicono.

Ho solo diciassette anni. E tutti i giorni, un ragazzo della mia età mi dice: “Mi fai schifo!”

Mentre sputa per terra.

Una terra che diventa più grande, a causa di quello sputo, che risuona nell’aria, più di una parolaccia. Più di uno schiaffo forte o un pugno.

Ogni volta non dico niente, perché non so che fare. Parlarne avrebbe senso. Però non so fino a che punto risolverebbe la situazione.

La cosa che mi sconvolge di più è il consenso degli amici che gli stanno intorno. Non dicono nulla, nemmeno ridono. O coprono, in qualche modo, quelle tre parole che non riesco nemmeno a pronunciare.

E la seconda notte che non dormo, perché ci sono parole che feriscono più di un calcio tra le palle. Di un pugno in pieno viso.

Un pugno che sprofonda nel cuore. Che, a tratti, sembra non battere.

Un pugno che ti toglie il respiro. E ti lascia in apnea per ore, senza essere colpito.

marco

122: Primo Settembre 

Buenas,

sono stato assente per un paio di giorni, perché non avevo voglia di far nulla, tantomeno di scrivere. In questo frangente vuoto, mi sono esaurito. Anche se ho capito che non posso fare a meno di raccontarmi. Raccontare. Perché la scrittura mi rende vivo. Vivo negli attimi bui della vita. Vivo e basta.

Ho deciso che da oggi, e per tutto il mese di settembre, scriverò sempre. Un post al giorno. Tranne in casi eccezionali, dove gli avvenimenti prenderanno il sopravvento. Ma, questo non lo so ancora.

Scriverò usando il “format” “Un po’ di me”. Dentro il quale metterò storie, emozioni, sensazioni che giornalmente assaporo. Che giornalmente mi danno una scossa, per allontanarmi dalla stasi. Che a volte mi logora.

Il post uscirà o la mattina o la sera. A seconda degli impegni, visto che ho riniziato a lavorare e a leggere a pieno ritmo.

Lo so che leggere non è un lavoro, ma per me è un impegno quotidiano. Per voi lo è?

Vi lascio! Dicendovi che a breve mi trasferiro’ e che vi racconterò anche questa experiencia.

Mil besos 😚,

Em@

112: Mentre qualcuno passeggia…

Il diario (2)

Qualcuno passeggia.

Città che fa tardi la sera. Sono quasi le dieci. Ed i negozi sono ancora aperti. Siamo in un posto di mare.

Passeggi anche tu. E ti immetti in quelle vie senza uscita. Che sanno di nascosto, intimo. Di mistero, paura.

Al terzo piano una leggera luce contrasta con le finestre scure degli altri appartamenti.

Quella luce leggera significa qualcosa. Forse significa che qualcuno sta facendo sesso, forse sesso con amore.

Che ti permette di sfiorare e sentire la presenza, il vigore. Che ti permette di guardare negli occhi, senza parlare. Di capire, senza discorsi che non hanno mai una soluzione. Discorsi psicologici che non hanno mai un fine. Una fine.

Le coperte sgualcite, che sanno di corpi che si intersecano. Che sudano, godono, riposano. Le coperte sgualcite hanno una missione: preservare quell’attimo. Quegli attimi.

Continui a guardare quella finestra per qualche minuto.

Tutto rimane in silenzio. Silenzio assordante, o consenziente. Silenzio che scalda cuori che non hanno bisogno, forse, di parole. Di consensi forzati.

Esci da quella via senza uscita. Qualcuno continua a passeggiare.

Le luci delle case degli altri stimolano visioni reali. Forse irreali.

Visioni che accadono, in un posto vicino o lontano.

Visioni quasi sempre nascoste che hanno bisogno di una fioca luce per essere vissute.

Mentre, qualcuno passeggia. E continua a passeggiare. E continua a farlo para siempre.

Em@

 

110: Il mio paese

Il diario (2)

Ritornare indietro. Prendere la macchina, partire. Tornare nei posti che ti hanno cresciuto.

Fuori piove. Pioviggina.

Entrare in paese. Tutto è cambiato, più piccolo.

I ricordi restano. Restano le passeggiate infinite per il corso, il negozio di mia madre, l’odore dell’infanzia. Infanzia felice, felicissima. Anche se non ero me stesso al cento per cento.

Il senso di appartenenza. Persone cambiate, maturate, invecchiate.

Sorrisi come una star del cinema. Perché quando te ne vai e poi torni, per chi resta sei un esempio. E non l’ho mai capito di cosa.

Sei uscito e mai rientrato. Ma, quando torni, anche se sei uscito per sempre, rimani uno di loro.

Ritornare indietro. La paura di rientrare, il coraggio di farlo. L’ho fatto.

Mi sono sentito a casa come sempre, anche se quella casa è andata avanti. Tornata indietro. Rimasta pura, autentica.

Per anni ho avuto paura di ritornare.

Sono tornato, ed era come se non me ne fossi mai andato.

Ritornare indietro. Partire verso quello che eri, e che sei ancora.

Fuori piove. Pioviggina.

96: Essere


Seduto su uno scalino guardo una donna che passa. Passa senza guardare nessuno. Ha una gonna blu, scarpe bianche alla moda. E una collana comprata con i soldi, che poco prima era andata a ritirare al bancomat.

Incontra le sue amiche. Appare sorridente. Alla mano. La raggiungo. Perché tra le sue amiche c’è una che conosco e che non rivedevo da tempo. La voglio conoscere.

Ci parlo. Mi parla solo di apparenza. E ci sta. Perché viviamo in superficie. In un luogo dove io sono quello che sembro. Dove io sono maschera di me stesso. 

Stufo a causa della conversazione, torno allo scalino, guardando le amiche che discutono. Continuano a farlo per tutto il giorno, e anche l’indomani. Rimango ad osservarle. Non cambia niente. 

Cambiano i vestiti, le acconciature, i formalismi. I rossetti, gli anelli e gli occhiali da sole. Cambiano le amiche, ma lei resta lì. La donna con la gonna blu ha paura di non riuscire a incastrare i suoi tempi. E rimane a parlare…anche di notte. Rimane sola perché ha paura di guardarsi allo specchio e dire a se stessa che qualcosa non va. 
Buona serata,

Em@ 

90: Una po’ di me #13

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Legame artistico, Teatro Marrucino, oggi, Chieti

11 giugno

Buenas,

mi sono appena docciato ed il sabato anche la doccia ha un valore diverso. Diverso da giorni intensi, o quasi, che mi hanno portato a sentire i soliti discorsi di Luca, riguardo: la casa nuova. Una casa dove forse a breve andremo ad abitare, vicino a quella di ora, ma con giardino annesso. Perché il cane ha bisogno di spazio. E io pure, perché vorrei una sistemazione più consona alle mie esigenze individualistiche; un luogo ideale dove invitare chi voglio, dove starmene per i cazzi miei e dove gestire un bagno individuale, al fine di non stare a litigare tutte le mattine per chi si deve lavare prima. Giusto, no?

Oggi, qui, bella giornata, anche se adesso le nuvole stanno coprendo il cielo.

Stamattina, ho incontrato per caso una mia amica, che ha da poco partorito. Abbiamo passeggiato, per le vie del borgo, anche se il caldo si stava facendo sentire. Parlando, mi diceva che da quando ha partorito si sente meglio. Si sente una donna diversa. Oramai ha un legame indissolubile con suo figlio. Un legame, che le permette di capire il linguaggio non verbale del pargolo. Un linguaggio fatto di pianti, silenzi, preoccupazioni, notti insonni. Notti a tirarsi il latte, mentre il giorno nuovo spunta. E le persone, al di fuori di questo legame, iniziano a stirarsi sul letto, aspettando con ansia la sveglia. Una sveglia, che molte volte, si vorrebbe spegnere. Per via degli impegni giornalieri, che ci allontanano (a volte volentieri) dalla riflessiva notte.

Dopo aver abbandonato la mia amica Claudia, sono andato a fare la spesa. E mentre chiedevo due mele al fruttivendolo ripensavo al concetto di legame. Non voglio essere troppo filosofico (o romantico) ma, il legame che si crea tra mamma e figlio è unico. Un rapporto che con gli anni si trasforma, ma resta quel filo teso fino all’infinito, che (spero) non si spezzi mai. Un filo fatto di gioie, dolori, condivisioni, preoccupazioni, pianti, sorrisi, abbracci, carezze, amore. Un filo che se viene tagliato (qualsiasi sia la motivazione) porterà a un dolore immenso. Disperazione. Pianti a dirotto, notti gelide nonostante il caldo, vestiti neri in una giornata di primavera.

Dopo aver ripreso le due mele (generalmente, compro anche altro. Mi sembro quelle vecchiette che comprano una mela e ti chiedono pure lo sconto perché costa troppo!) sono tornato a casa, ho mangiato, e ho visto un film su youtube, uno dei capolavori del neoralismo, Umberto D..

A giorni ve ne parlerò. Perché è un film che mi ha molto toccato soprattutto per l’aspetto esistenziale e per il legame (restando in tema) tra Umberto, un pensionato, ed il suo cane. Un legame che salva la vita al protagonista.

Beh, ora vi lascio con la parola del giorno che è legame.

Se anche solo per un istante pensavo di essere strana, gli occhi di mia madre mi guardavano da sopra gli occhiali, e come due puntine da disegno mi fissavano saldamente al mio posto nel mondo.
(Banana Yoshimoto)

Vi lascio anche con una foto che mi ha fatto molto sorridere. Anche qui si parla di legame. Che purtroppo, a me non interessa! ahahahah.

Buona serata,

Em@

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A chi piace la figa faccia una riga