Lo sguardo

#2

Fili si intersecano, senza sapere come. Come le storie, che pian piano si adagiano su vissuti diversi. Che hanno molto da dire. Raccontare.

Oggi, il vento ha dato un segno. Per fortuna.

Sono uscita di buon ora e, allontanandomi dal solito spazzino, ho calpestato mattonelle, che purtroppo sanno ancora di caldo. Ho bevuto un caffè, con molta cura, pregustandomi anche l’ultima goccia.

Sono andata all’edicola, ho preso il giornale, e mi sono seduta ai bordi di una panchina.

Nonni a volontà con nipoti mai educati. Padri con pacchi enormi, che toccavano avidamente, quando li guardavo. È una mia perversione guardare i pacchi. Scoprire se aumentano di grandezza, ma senza far nulla. Mi piace istigare. Giocare con lo sguardo.

Lo sguardo.

Quel gioco tanto desiderato un tempo. Un’emozione che non aveva bisogno di gesti. Si dice basta lo sguardo. Guardare negli occhi chi si ama o si cerca di amare. Capire come sta, se ha bisogno di qualcosa. Capire se oltre agli occhi, in profondità, c’è quel sentimento. Quella cosa che ci rende vivi. Vivi più di ieri.

Guardarsi come due adolescenti di liceo, che non hanno mai amato. Scoprire con lo sguardo i gesti semplici, le debolezze, i pianti fatti poco prima.

Inizio a leggere e prontamente vengo disturbata da una mia amica. Regina: pittrice e stilista.

Kiss,

Giovanna

134: 13 settembre (Un nuovo inizio)

Buen@s, 

Sono alla fermata dell’autobus. In una Roma in movimento.

Gli studenti sono già tornati, le mamme assillano i figli già con i compiti. E’ solo il primo giorno di scuola.

La fermata non è molto accogliente. Non c’è un posto dove sedersi.

Mi siedo su uno scalino. Affianco a me, c’è una rumena che litiga in rumeno con il suo fidanzato. E’ un litigio non da poco. Lei piange disperata, le lacrime continuano a riempire un viso oramai stanco.

Forse non è la prima volta che litiga. Forse è un circolo vizioso dal quale non sa uscire.

Anche io, qualche tempo fa, ero innamorato di un ragazzo. Preso. Infatuato. Vedevo solo lui, pendevo dalle sue labbra. Lui mi tradiva, mi faceva soffrire. Ma, puntualmente ci tornavo. Come un cane bastonato. Ferito.

La rumena continua ad urlare. Tutti si girano. Io faccio finta di niente.

Continuo a leggere un libro, che avevo appena iniziato la mattina. Faccio finta di leggerlo.

La rumena urla per l’ultima volta. Come ha urlato Bruna, il cagnolino di mia zia, prima di morire. Un urlo pieno di ferite, laceranti. Ferite che ci indirizzano verso due strade: vivere o morire.

Bruna, purtroppo, è morta. Aveva un tumore.

La rumena ha scelto di vivere. Di mettere un punto a una relazione, senza fine. Una relazione che iniziava, finiva, ed iniziava nuovamente.

Ho preso l’autobus. In lontananza, la rumena piange lacrime, come non mai. Lacrime che fortificano, perché ha capito che, a volte, si deve scegliere. Mettere un punto.

E riniziare.

Mil besos, 

Em@

97: Case Abbandonate

 

 

 

 

Abbandonato, solo, senza difese.

Sono stato per lungo tempo in disparte, lasciando pagine bianche sulla scrivania. Non ho avuto voglia, tempo, di scrivere. Pensare. Riflettere. Cose che amo profondamente e che mi fanno male. A volte, vorrei smettere di riempire pagine. A volte, non vedo l’ora di iniziare di nuovo.

La scrittura per me è come quella fidanzata che ami tanto. Che non vedi l’ora di rivedere. Che ti stufi di rivedere, dopo un po’. Ma, la cerchi in case abbandonate, sapendo che non la troverai. La cerchi anche quando fuori piove e tu non hai una dimensione.

Abbandonato, solo, senza difese.

Mi sono reso conto che la fiumana di gente non mi appartiene. Mi piace condividere esperienze, questo sì. Ma, non amo perdermi per giorni tra la gente, che esalta le sue qualità. Io conosco quello, quell’altro, quell’altro ancora. A me non importa conoscere qualcuno, solo perché quel qualcuno ricopre una posizione. A me, piace vivere in case abbandonate e vedere passanti che non si accorgono di te. Di me. Mi piace ascoltare storie che apparentemente non hanno senso. Mi piace guardare mamme che baciano i loro bimbi e che li portano a fare colazione al bar. Li fanno sedere per bene, e poi osservano se i piccoli pargoli mangiano il dolce. Li sgridano se qualche briciola si perde in tavolini non sempre puliti. E infine, come se non fosse successo nulla li prendono in braccio e li baciano…

Abbandonato, solo, senza di difese.

Amo le case abbandonate perché posso trasgredire con un Lui, una Lei, un Lui e una Lei. Nessuno sa che sono dentro. Nessuno sa chi sono. Sono una maschera fuori, dentro sono me stesso. Senza filtri, senza distinzioni, senza formalismi. A volte, troppo esagerati.

Amo le case abbandonate perché avevano vita. Prima.

Prima, storie si intersecavano. Famiglie litigavano e facevano pace. Ester e Simone si amavano, per la prima volta.

Amo le case abbandonate perché sono come pagine di libro: vissute, tenute quasi sempre in disparte, apparentemente sterili.

Solo in case abbandonate sento la mia fragilità. Che mi permette di essere chi sono e riempire pagine bianche. Bianche come quelle di ieri. Nere d’inchiostro come quelle di oggi.

Buona serata,

Em@