Nuvole, senza nuvole

Ore 9.30 a.m.

Nuvole, senza nuvole. Oggi il sole definisce i contorni. Li rende visibili. Anche se non c’è nessuno. La villa è vuota. I bambini a scuola. E le maestre insegnano. Grammatica, storia, geografia. Ci sono solo le nonne ed i neonati. Passeggiano avanti e dietro. Dietro e avanti. Come un intervallo irregolare, si fermano. Parlano con le amiche, fanno finta di salutare le nemiche. Le nemiche chi sono? Quelle che si odiano. O si ammirano per qualcosa. E si odiano perché si ammirano! Quanto è strana e complicata la vita! Entrare nei pensieri degli altri, è così difficile! Difficile fidarsi, capire, interagire. Difficile anche comprendere. Perché dietro visi stanchi, o sereni, o soddisfatti, c’è sempre qualcosa che non va. Un tassello complicato difficile da inserire.

Nuvole, senza nuvole. I bambini piangono. A squarciagola. Non si interrompono. Le nonne sorridono o fanno finta. Schivano le loro nemiche, facendo finta di non vederle. Tornano a casa. Preparano la cena. E aspettano le figlie che tardano ad arrivare.

116: L’uomo senza definizione

Il diario (7)

IMG_20160819_193232

Le immagini corrono. Veloci. Ti passano per la mente ricordi di estati passate, di tempi felici. Al sole. Quando una caramella faceva sorridere un bambino. Quando la piazza era un luogo di incontro.

Tu, lavoravi. Avevi una bottega. Vendevi pane, che acquistavi dal fornaio di fiducia. E formaggio. Formaggio che rendeva inaccessibile una cantina. Una cantina senza finestra, con una piccola porta che si adagiava su scale non proprio stabili.

Hai lavorato per anni, e anni. Hai fatto studiare i tuoi figli, che ora sono lontani. E non ti fanno nemmeno una telefonata. Telefonata che giustifichi sempre, dicendo che sono occupati e che non riescono a trovare un minuto libero. Un solo minuto.

Tu, ora sei solo. Tua moglie vive con un altro. Vi siete separati da 20 anni. Lei si gode la vacanza al mare con il suo “nuovo” marito. E tu vaghi per la città alla ricerca di una definizione. Una tua definizione.

Sembri spaesato. Senza dimora.

Le immagini corrono. Veloci. Ti passano in mente ricordi di estati passate, di tempi felici. Mentre cammini, ai bordi di una fontana. Una fontana che inizia a zampillare.

E, tu, nemmeno te ne accorgi.

65: Senza padre

ritmo
Foto presa dal web

Pensieri, immagini e situazioni sono solo frutto della fantasia

Rimanevo sempre in macchina. Mio padre mi portava con lui a vedere le partite. Ma, non mi piacevano. Passavo ore dentro a una ritmo grigia. Lui si divertiva, io anche. Mi spiego: preferivo sicuramente giocare con gli altri bambini, ma non mi entusiasmava chiudermi tutto il pomeriggio in una stanza di un bar, tra vecchi ubriachi, che aspettavano un goal. Vecchi ubriachi che erano paonazzi in viso da mattina a sera.

Mio padre parcheggiava la macchina davanti a un bar-pasticceria quasi sempre pieno. E io stavo lì per ore. Fantasticavo sulla gente che passava.

C’era una mamma che sgridava la bimba disubbidiente, che si buttava a terra, perché avrebbe voluto una pasta al cioccolato. Ma, la signora malata di palestra le permetteva solo un biscotto di ciambella, quasi privo di calorie. La bimba piangeva, piangeva come un fiume senza un punto finale. E io avrei voluta consolarla e dirle: “Dai, che la prossima volta te la compro io una pasta con la crema al cioccolato!” Ma, io non avevo soldi.

Poi, c’erano una coppia di ragazzi. Ragazzi anonimi, come li definivo io. Ripetevano sempre gli stessi gesti. Le stesse espressioni. Arrivavano alle cinque in punto. Ed uscivano dalla pasticceria mano nella mano. Lei aveva nell’altra mano una busta portata da casa, dove riponeva l’unica pasta che acquistavano. Che dividevano con un coltello, portato anch’esso da casa, seduti su una panchina verde proprio vicino alla macchina. Lei, ogni volta, diceva: “Che buona!” E lui, come una macchina computerizzata le rispondeva: “Sì, e poi la crema è divina!”

Prima che lo dicesse, dalla mia bocca uscivano le stesse parole. Le sapevo a memoria. Erano parole di conforto, parole di sicurezza. Parole monotone, che rendevano stabile quell’equilibrio silenziosamente precario.

Poi, passava Gianna. Sapevo il suo nome grazie a un signore che una volta la chiamò. Gianna indossava sempre vestiti diversi. Questa cosa mi colpì. Io avevo due paia di pantaloni e tre maglie nella stagione invernale e un unico giubbino. Gianna invece cambiava sempre il suo cappotto e aveva tante scarpe colorate e tante scarpe nere con il tacco nero. Gianna non usciva mai con una pasta in mano. Forse la mangiava nel negozio, oppure preferiva una bevanda alcolica. Mentre, sola, fissava l’orologio, posto sopra le macchine del caffè. Mentre, sola, si concentrava su quelle lancette per non pensare alle riposte da dare al suo ragazzo, che non amava più.

Poi, quando mi stufavo di vedere le persone, mettevo la musica e sentivo “Come saprei” di Giorgia. Cantavo a squarciagola perché volevo scaricare la tensione che mi trasferivano la mamma con la bimba capricciosa, i ragazzi anonimi e Gianna. Perché se da un lato mi divertivo, dall’altro mi sentivo solo. Ero solo un bambino di dieci anni che passava i pomeriggi in una ritmo grigia.

Una ritmo che era diventata il mio osservatorio quasi giornaliero.

E anche se mi divertivo a vedere gente fuori che passava, immaginando la loro vita. Da dentro, invidiavo quelle loro realtà. Realtà imperfette sì, ma vissute nelle loro imperfezioni e autenticità. Vissute nel loro dinamismo.

Rimanevo sempre in macchina. E realmente questo non mi piaceva. Mio padre non se ne accorgeva, e questo mi faceva stare male. Perché a dieci anni, un bambino più di tanto non può dire.

Mio padre preferiva vedere partite con vecchi, paonazzi in viso da mattina a sera. Mentre suo figlio di dieci anni, lo voleva con sé in un bar-pasticceria, di fronte al quale c’era una ritmo grigia senza nessuno che osservava Gianna, ragazzi anonimi e una mamma con una bimba capricciosa.

Senza nessuno che cercava solo affetto.

Buona serata, Em@