118: Un po’ di me #21

Buenas,

stanotte, di nuovo terremoto. Bastardo nemico che mette in discussione le apparenti certezze della nostra vita.

Non voglio fare retorica e ripetere frasi fatte e dette, sempre e comunque, ma il terremoto, come qualsiasi evento naturale o tragico, ci fa comprendere quanto siamo piccoli di fronte a Madre Natura.

Il terremoto ci fa capire che non possiamo controllare tutto. E sta parlando uno che cerca sempre di controllare ogni istante della propria vita, per sentirsi al sicuro. Almeno nel proprio nido.

Come nel terremoto de l’Aquila, mi sono alzato prima e ho sentito tutto in piedi. Come se un sesto mi dicesse: “Alzati!”

E poi ho sentito tutto perché la distanza non è così esagerata! 155 chilometri.

Dopo la scossa, io, Pedro e Luca siamo usciti fuori.

Fuori tutte le persone, in pigiama e impaurite, si facevano delle domande. A cui, naturalmente, non sapevano rispondere. E neanche io!

In quegli attimi, l’aspetto positivo è stata la coesione. Unione.

Persone che non si sono mai scambiate parole, in quei momenti erano unite. E come familiari mettevano in evidenza tutta la spontaneità.

In quei momenti, le barriere quotidiane decadono e l’essere umano esce fuori.

Ho ripreso sonno alle 6.00, con Pedro attaccato. L’ho fatto dormire con me perché aveva paura. Anche se sono contro, solo per il semplice fatto che non riposo bene.

Vi lascio.

Spero che stiate tutti bene.

Un saluto,

Em@

112: Mentre qualcuno passeggia…

Il diario (2)

Qualcuno passeggia.

Città che fa tardi la sera. Sono quasi le dieci. Ed i negozi sono ancora aperti. Siamo in un posto di mare.

Passeggi anche tu. E ti immetti in quelle vie senza uscita. Che sanno di nascosto, intimo. Di mistero, paura.

Al terzo piano una leggera luce contrasta con le finestre scure degli altri appartamenti.

Quella luce leggera significa qualcosa. Forse significa che qualcuno sta facendo sesso, forse sesso con amore.

Che ti permette di sfiorare e sentire la presenza, il vigore. Che ti permette di guardare negli occhi, senza parlare. Di capire, senza discorsi che non hanno mai una soluzione. Discorsi psicologici che non hanno mai un fine. Una fine.

Le coperte sgualcite, che sanno di corpi che si intersecano. Che sudano, godono, riposano. Le coperte sgualcite hanno una missione: preservare quell’attimo. Quegli attimi.

Continui a guardare quella finestra per qualche minuto.

Tutto rimane in silenzio. Silenzio assordante, o consenziente. Silenzio che scalda cuori che non hanno bisogno, forse, di parole. Di consensi forzati.

Esci da quella via senza uscita. Qualcuno continua a passeggiare.

Le luci delle case degli altri stimolano visioni reali. Forse irreali.

Visioni che accadono, in un posto vicino o lontano.

Visioni quasi sempre nascoste che hanno bisogno di una fioca luce per essere vissute.

Mentre, qualcuno passeggia. E continua a passeggiare. E continua a farlo para siempre.

Em@

 

94: Senso

 

senso
il mio senso, chieti, oggi

Ora scrivo quello che non ho scritto ieri. L’altro ieri. Quando non scrivo le cose sembrano perdere senso. Senso reale di ciò che vedo per strada, che a volte faccio fatica a capire. Che a volte, voglio non prendere in considerazione. Perché ho paura di quella tale cosa. Tale persona.

Ma, io amo dare senso a uno sguardo che piange, senza che io sappia il perché. Amo dare senso a una donna straniera, che tutti i giorni si alza presto per lavorare al mercato. Perché poi quell’immagine di donna, apparentemente o realmente forte, viene non considerata da coloro che camminano per strada o corrono veloci. Perché a loro interessa la velocità, che fa meno paura delle calma. La velocità disperde, ti fa sembrare che le cose vadano per il verso giusto. Ma, molte volte ti allontana da te stesso. Dal senso che vuoi dare alla tua vita.

Io amo dare un senso perché solo in questa maniera posso non aver paura. Perché la lentezza mi accompagna per terreni scoscesi, in viaggi senza aspettative, in situazioni difficili da comprendere, quando la velocità mi assale.

Ora scrivo quello che non ho scritto ieri. L’altro ieri. Perché la scrittura mi aiuta a essere quello che voglio essere oggi. Forse domani. Non so come farei senza di Lei: amica insostituibile, sempre con me. Sempre con me, oggi, e anche domani. Me lo prometto.

 

Buon martedì.

Em@

77: Bimba incompresa

 

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Donna incompresa, Maggio 2016

Una bambina piange, mentre suo padre le pulisce il viso. Che lacrima lacrime. Lacrime di attenzioni.

Vorrebbe un padre, come le sue potenziali amichette. Una famiglia normale, senza dover girare da mattino a sera con dei fiori in mano. Fiori da vendere a clienti, che vanno per la loro strada. Clienti disattenti che mangiano panini e gelati al gusto di nocciola, mentre lei con una maglietta rossa chiede soldi. In cambio di fiori.

Fiori che sembrano finti, all’interno di plastiche colorate che attirano passanti. Li attirano solo, perché alla vista di quei fiori così perfetti, uomini e donne anche non borghesi cambiano direzioni. E fanno finta di telefonare a un bambino inesistente o a una madre morta da anni.

La bambina ha sette anni e vive con suo padre in un centro di accoglienza. Tra albanesi che chiedono l’elemosina, italiani che hanno perso il lavoro, africani che sono riusciti a passare il confine. E hanno trovato accoglienza in questa ex scuola, con mura bianche e bagni di ex studenti, trasformati in bagni confortevoli che forse sanno di grande famiglia.

La bambina ha un aria da furbetta, con una frangetta che le copre parte di quegli occhi azzurri. Azzurri come il mare di prima mattina, quello non contaminato da bagnanti frenetici che lo usano come discarica. Azzurri come il cielo limpido che, insieme al sole, delinea case, alberi e cani e allontana l’umidità dell’estate dell’anno scorso.

Oggi, quella bambina l’ho vista piangere. In maniera continua. Non riusciva a fermarla nessuno. Il padre chiedeva spiegazioni, e lei non rispondeva. Si è buttata a terra e continuava a lacrimare. Lacrime amare di una vita difficile. Senza una mamma che potesse darle una carezza di conforto, senza una mamma che potesse farle semplicemente due codine. E in un attimo farla sorridere, non ridere.

I suoi occhi, rossi dal pianto, per un attimo si sono scontrati con quelli di un bambino, che subito ha capito, e le ha regalato una pallina colorata. Lei è rimasta per un attimo immobile e subito ha preso quel gioco, che nessuno mai le ha regalato. Che nessuno mai ha pensato di regalarle. Forse per mancanza di soldi, forse per mancanza di mezzi.

La bambina si è alzata, ha ringraziato il bambino, che ha ricevuto un abbraccio sincero da una nonna simpatica e per nulla artefatta.

Il bambino e la nonna si sono allontanati e Lei è rimasta con suo padre, che ha continuato ad asciugarle il viso. Un viso ora contento, che ha molto da raccontare, da dire.

Un viso pieno di speranza. Speranza che un domani le cose possano cambiare.

Oggi, una bambina ha pianto lacrime di attenzioni. Lacrime che dicono tanto. E che molte volte non vengono capite, comprese. Forse per mancanza di mezzi, forse perché ci sono situazioni che non ti permettono di capire. Purtroppo.

Buona serata, 

Em@

74: Storie di ieri #1

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In una villa, Laghetto della Villa di Chieti, ieri

Una volta a settimana (sempre se faccio in tempo!) posterò racconti degli anni passati, che conservo in quaderni e penne usb.

#1 (racconto scritto il 24 settembre 2014)

In una camera

La camera di Lorenzo era vuota. Non c’era una foto, né un libro che cadeva da una sedia. Dalla morte di Grazia, aveva tolto tutto. Solo le mura bianche e la scrivania di legno, lo aiutavano a non pensare. Le foto erano state strappate, con forza. Gettate come una pallina di carta bianca.

Il suo letto era di legno. Materasso comodo. Cuscino ortopedico perché soffriva di cervicale.

Quando entrai, mi fece accomodare su una poltrona marrone. Lucida e senza graffi, nonostante avesse un gatto tra i piedi.

«Vuoi qualcosa da bere» – mi disse.

«Un succo di frutta» – gli risposi.

«Te lo vado a prendere subito. Intanto, scegli un disco. Quello che preferisci.»

Di dischi ne aveva tanti. Tutti messi in ordine alfabetico. Forse nel tempo che era stato a casa, solo, la sua ossessione di perfezione era aumentata.

Scelsi Left of the middle di Natalie Imbruglia. Misi la prima traccia: Torn. E improvvisamente quel vuoto bianco di quella camera si trasformò nei colori dell’arcobaleno. Tutti e sette.

Lorenzo tornò dalla cucina e si sedette sul letto, mentre io ballavo. Avevo gli occhi chiusi. Mi perdevo nella canzone. Non nelle parole. Mi perdevo nella musica.

Quando finì la traccia, vidi Lorenzo che mi guardava. In una maniera diversa dalle solite.

«Lo sai che quando balli, sembri un altro» – mi disse.

«Sono sempre io» – gli risposi.

«Sei più libero. Più attraente. Hai qualcosa che mi piace. Anche se sono etero.»

«Se sei etero, non possono piacerti i froci come me!»

«E chi lo dice! Non ho una definizione. Tendenzialmente sono etero, ma se mi piace una situazione non mi faccio diecimila problemi. E ci sto.»

«E allora baciami. Ho una gran voglia di sapere come sono le tue labbra…» – conclusi io.

Non so come mi uscirono quelle parole. Ma, anch’io ero diverso in quella camera. Mi sentivo me stesso. Non mi dovevo nascondere. Non avrei mai immaginato di pronunciarle. Mai.

«Sei il Diavolo Tentatore!» – mi disse.

Si alzò da quel letto e venne verso di me. Mi accarezzò il viso e mi baciò. Furono minuti interminabili. Chiusi gli occhi. Pensai a quella lingua tanto desiderata. A quella pelle che sapeva di maschio. Di vissuto.

Dopo, ci sedemmo sul letto. E ci continuammo a guardare e a baciare. Non andammo oltre, perché non volevo. Anche se lo desideravo. Volevo aspettare. Preservare il desiderio. E così feci.

Uscii da quelle mura bianche, leggermente nere, perché il sole stava scendendo. Gli diedi un bacio e gli dissi: “Ti desideravo da sempre”. Lui mi rispose: “Anche io”.

Buona serata,

Em@

 

73: La borsa di María Soledad

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Busta Bianca, Templi romani, Chieti, oggi.

 

Una busta a terra. In una stanza singola, che da un paio di giorni condivide con Nessuno.

Sola, in un altro paese apre gli occhi. Tutti i giorni da un anno a questa parte. Parte del mondo che non conosce bene, per via di usi e costumi dissimili. Per via di colori che mettono in luce situazioni che lei apparentemente non apprezza.

Parla una lingua diversa e fa fatica a farsi capire. Fa fatica ad unire parole che poi formano frasi. Poi concetti, poi pensieri articolati.

Ha un viso da modella esotica. Con lineamenti marcati ed occhi profondi. Che a volte sono talmente ricchi di vissuto, che ti ci perdi. Ti perdi in una famiglia, piena di figli, che ha lavorato. E ha accettato passivamente la condizione di miseria, in un Paese che aveva e ha poco da offrire.

Un giorno di maggio, María Soledad ha deciso di partire. Per avere una vita diversa ed essere libera di essere donna. Una donna con poche pretese, con tanto da offrire. Una donna fiera di comprarsi un bracciale di bigiotteria e di farlo vedere alle sue amiche venezuelane, che incontra alla villa, tutti i giovedì, alle ore 18.00.

María Soledad esce tutti i giorni con una busta bianca di cotone naturale. Come quelle che trovi alla Conad, a un euro e cinquanta. E a volte, a prezzo scontato.

In quella busta, di mattina, trovi frutta e verdura e una confezione di uova fresche. Uova amate dal cane viziato del suo datore di lavoro, che mangia uova crude e macinato, a pranzo e a cena.

Di pomeriggio, si trasforma in luogo d’incontro di insaccati, formaggi e scontrini. Che ripetutamente e ossessivamente controlla, a causa di un “padrone” estremamente fiscale. Privo di fiducia e essenzialmente razzista.

Di sera, alle 9, la busta si trasforma in una chanel classica e vintage.

María Soledad si chiude a chiave in una stanza singola, priva di orpelli e accessori, si mette un completino che ha comprato ai cinesi sotto casa. E sfila, come una modella, davanti a uno specchio recuperato nei pressi di un cassonetto giallo, che raccoglie plastica e vetro.

Poi prende la sua finta chanel, nella quale ha messo amuleti che le ricordano la sua famiglia e foto del suo fratellino piccolo, e si sente più sicura.

Sfila per altri dieci minuti, poi si sdraia sul letto per la troppa stanchezza, poi si addormenta profondamente, sperando di dimenticare per qualche ora la sua solitudine.

Una busta a terra. Una camera senza orpelli. Una donna venezuelana che dorme. Una donna forte senza affetti vicini. Vicini virtualmente, ma lontani fisicamente. Lontani da una vita nuova, difficile. Difficilmente comprensibile da colui che parla e la giudica, mentre beato accarezza il suo gatto, in una casa di proprietà, situata in una campagna sempreverde. E sempre fiorente.

Buona serata,

Em@

Per contatto epistolare:

Emanuele Potere

c/o Studio Di Iorio

Via Ravizza, 84

66100, Chieti (CH)

72: Gassosa

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Sembra estate. Al cellulare, oggi,2016

Allungato su un sofà nuovo, spegne la tv. E’ ormai un uomo di una certa età e non ha voglia di sentire rumori assordanti che provengono da talent per nulla pacati. Non ha voglia di diventare come sua sorella, che programma le sue uscite in base ai programmi che danno in tv.

Si alza e va verso la cucina. Una cucina con mobili antichi, con sedie e tavoli senza graffi. Graffi che non avevano a che vedere con la condizione di vita di sua moglie. Una donna che era precisa, estremamente amante della vita casalinga. Che teneva tutto in ordine. E alle sei di pomeriggio, di ogni estate, usciva fuori casa per cucire coperte, lenzuola e tovaglie per la famiglia.

Mentre sorseggia una bibita gassata e fredda, ripensa a quelle estati. Erano estati in cui non si aveva la percezione del caldo. E la sera tutti i vicini di casa si riunivano in cerchio, come per gioco, e gustavano un gelato che lentamente si scioglieva. E facevano quattro chiacchiere. Chiacchiere che si trasformavano in risate, in curiosità, in giornali scandalistici, che avevano un fondo di verità. A differenza delle bufale che, oggi, si trovano su internet e che quasi sempre sono creazioni palesemente fasulle.

Si siede sulla sedia e continua a bere quella gassosa. Ha il bicchiere mezzo pieno. Perché Mario ha sempre visto il bello delle cose. Della vita. Non si è mai abbattuto di fronte a morti, malattie, dispiaceri. Ha sempre cercato e fortunatamente trovato, in ogni occasione, la forza di andare avanti.

Mentre scivola nella sua bocca la frescura di quella bevanda, Mario ripensa ancora all’estate. Ripensa all’estate in cui si è sposata la figlia e l’emozione di vederla sorridente, felice, di aver fatto un passo, di aver raggiunto un traguardo che non si sarebbe mai immaginato raggiungesse. La figlia: la sua felicità.

Ogni volta che ripensa a quel sorriso di giovane ragazza immatura, gli scende una lacrima. Una lacrima che rappresenta la sua emotività. Perché Mario è stato da sempre un tipo emotivo. Piagnone come diceva la moglie.

Mario ha appena finito la gassosa. Ripone il bicchiere nel lavandino, perfettamente pulito.

Suonano alla porta. E’ suo nipote, che lo fa tornare alla realtà. Devono uscire a prendersi un gelato.

Mario chiude la porta e guarda come un fantasma la sua casa. Una casa modesta, vissuta. E non solo abitata.

Una casa in ordine, al gusto di gassosa.

 

Buona serata, 

Em@

 

Per contatto epistolare:

Emanuele Potere

c/o Studio Di Iorio

Via Ravizza, 84

66100, Chieti (CH)

70: Un po’ di me #1

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Io, selfie

 

Ciao Cari! Come state?

In questo post,  ho intenzione di svelarvi dei segreti (che poi tanto segreti non sono!) che si celano dietro alle storie che settimanalmente scrivo. Sono storie che prendono spunto dal mio vissuto, dalle mie esperienze passate e dalla mia vita quotidiana.

E proprio dalle immagini, che vedo giornalmente, nascono le storie che racconto, anche se molte volte parlo in terza persona o assumo il ruolo femminile per raccontare una situazione o un luogo.

Partiamo subito!

Questa settimana ho scritto tre racconti, che trovate nella categoria “storie”: Quel pezzo di strada; Notti insonni; Due felicità che mangiano spaghetti.

 

In Quel Pezzo di strada ci sono tre elementi che voglio rendervi noto: la lettera d’amore, la strada protagonista del racconto, la panchina dove i due innamorati si incontravano ai tempi di scuola.

  • La lettera d’amore è un dolce oramai tipico di Chieti e si può trovare nel Bar D’Orazio, sito all’interno di un vicolo caratteristico della città. E si può trovare al Caffè Vittoria, un bar centrale e molto grande, dove parecchi anni fa (nel 1982) ci hanno girato persino un film: Sciopén. Film, che nel 1983 ha avuto nominations ai David di Donatello.

 

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Lettera d’Amore
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Lettera d’Amore e Pedro
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Bar Vittoria, foto web

La lettera d’amore è un dolce che ho conosciuto grazie a mia madre che, quando non andava a scuola, insieme alle sue amiche di Manoppello (paese di cui sono originario), andava al bar D’Orazio o al Caffé Vittoria e mangiava insieme alle sue best friends questo dolce, che è essenzialmente fatto di pasta frolla con all’interno uvetta, canditi e cannella.

  • La strada protagonista di questo racconto è quella che faccio giornalmente con il mio cane/perro Pedro. Una strada dove c’è realmente una scuola, l’Istituto Commerciale Galiani, e dove ci sono un tabaccaio e un bar. Una strada non molto centrale, piena di alberi, che ha preservato la sua autenticità. Per fortuna!
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Istituto Commerciale Galiani, Chieti, oggi

 

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Pezzo di strada con Tabaccaio e Bar. Di fronte c’è la scuola Galiani. Chieti, oggi

 

  • La panchina si trova poco prima la scuola, al Panorama della Civitella (anfiteatro romano purtroppo conservato male, malissimo direi!). Questo è un luogo fantastico dove i tramonti sono realmente goduti e dove vedo sempre giovani che cacciano lingue, senza mai fermarsi. Beati loro! AHAHH
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Panchina e Panorama, Chieti, oggi

 

Per Notti insonni, mi sono ispirato alla mia storia personale. Per un periodo lungo ho sofferto di ansia, attacchi di panico e depressione. E la notte non riuscivo a dormire. I pensieri realmente non si arrestavano e la mia povera testolina la mattina era distrutta. Il letto è quello della mia camera. Non ho una foto, ma è un letto normale. Ahaha

Come nella storia, mi capitava di prendere un libro e iniziarlo a leggere, ma mi colpivano solo le parole che aumentavano la mia ansia. Il mio panico.

Per quanto riguarda la storia della donna che perdeva il bambino, mi sono ispirato a quella di una mia amica, che purtroppo ha perso un bimbo nella stessa maniera e ne ha sofferto molto.

L’ultimo racconto, Due felicità che mangiano spaghetti, ha come protagonista un disegnatore e come soggetto di riflessione un uomo.

  • Il disegnatore l’ho preso in prestito dalla mia lettura settimanale di un fantastico libro di Cesare Pavese, La bella estate, dove la protagonista sedicenne Ginia si innamora di un pittore. Io, ho usato il disegnatore poiché so disegnare, ma non dipingere.
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La bella estate di Pavese, 10 euro, Einaudi

  • L’uomo pienotto con gote rosse, l’ho incontrato al bar dove prendo il caffè il pomeriggio. L’uomo era solo e mangiava questo piatto di spaghetti, così come è stato descritto nel brano. Ma, era la prima volta che lo vedevo.
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Bar Trinità, Piazza Trento e Trieste, Chieti

Ho voluto dirvi queste cose, perché così conoscete anche chi sono realmente. Altre cose, me le tengo nascoste, perché è giusto così. Non si può svelare tutto! No?

  • Vi lascio il mio indirizzo di studio perché mi piacerebbe conoscervi per lettera. Per avere un contatto epistolare. Chi è interessato, può scrivermi! O può mandarmi il suo indirizzo per mail: potere.emanuele@virgilio.it

 

Emanuele Potere

c/o Studio professionale Di Iorio

Via Ravizza, 84

66100, Chieti

 

Buon fine settimana,

Em@

 

 

69: Due felicità che mangiano spaghetti

 

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controtendenza, mayo2016

 

Mi sono alzato contento. Ho aperto la finestra e lo ero ancora di più: nessuna nuvola che potesse impedirmi di lavorare.

 Sono un disegnatore e quando ci sono queste giornate limpide riesco a trasformare i miei pensieri in immagini. Disegno solo storie di uomini, non amo paesaggi sempreverdi o montagne innevate. Non amo basiliche mastodontiche o pezzi di strada che sanno di storia.

 Oggi disegnerò un uomo, che ho visto ieri al bar. Perché i disegni non nascono per caso. Sono frutto di scelte precise, di storie precise, di vissuti che differiscono e che hanno un valore aggiunto per ogni persona.

 Ieri al bar erano circa le due, e non c’era molta gente. Entro con la mia timidezza che mi contraddistingue e ho ordinato un caffè. Dietro di me c’era Lui. Non lo conosco di persona, ma l’ho visto qualche volta in questo bar di periferia, dove storie di mendicanti si intrecciano a quelle di drogati. Drogati soprattutto nell’animo/a.

Lui, pienotto in viso, con gote rosse, mangiava un piatto di spaghetti al sugo. Aveva un viso triste, ma buono. Aveva occhi che lacrimavano senza lacrimare. Ho provato una strana sensazione: volevo abbracciarlo forte e stringerlo a me. Per giorni, mesi, forse anni. Volevo dirgli non ti preoccupare che andrà tutto bene.

 Lui, mangiava lentamente come se volesse rimandare un appuntamento o una visita importante. Come se volesse dire al futuro non mi fai paura. Ora mi godo questo momento, che mi rende felice. Anche se gli altri possono pensare il contrario. Anche se gli altri non sanno cosa realmente mi passa per la testa.

 Appena finito il caffè, sono subito tornato a casa perché quest’uomo era diventato la mia fonte d’ispirazione. Ho preso il mio taccuino e ho subito fatto una bozza.

L’uomo pienotto al centro e in primo piano che mangiava un solo spaghetto, gli occhi erano bianchi e fissavano lo spettatore. Che interdetto si sarebbe fatto una domanda: “Perché quest’uomo ha gli occhi bianchi?” E, volenteroso, forse avrebbe risposto: “Forse perché si sente vuoto, ha il male di vivere, ha una visione candida della sua esistenza!”

Questa mattina, un sole senza nuvole mi ha permesso di disegnare. Fuori, case piene e vuote riempivano una collina primaverile.

 Ho disegnato un uomo pienotto, che mangiava un piatto di spaghetti, insieme alla sua donna. Una donna sorridente e leggermente sovrappeso. Gli occhi di lui erano marroni, gli occhi di lei erano verdi. Si guardavano come due fidanzatini del liceo.

 Questa mattina, mi sono alzato contento. Ho disegnato un uomo che ieri era triste e oggi è felice.

 

 

Buona serata!

Em@