Casa Gialla

Abito in una casa gialla.
Oggi ho un mal di testa tremendo, forse per via di questo vento fresco. Forse perché questa mattina non ho messo la sciarpa. E soffro di cervicale.
Non amo particolarmente agosto. Prima del 15, in particolare.
Le città non turistiche si svuotano, i negozi chiudono e le tre parole “chiuso per ferie” diventano un must. Ovunque ti giri, le trovi.
Dicevo: odio questo periodo perché due sono le cose: o fai qualcosa o non fai nulla. Ed io, che non sono particolarmente socievole, opto per la seconda opzione. Mi pesa un po’. Rimanere da sola ingigantisce tutto ed il nervosismo prende il sopravvento. Quindi penso di leggere un po’ e fare delle passeggiate. Per scaricare l’adrenalina e rimettermi un po’ in forma. Anche se non ne è ho la necessità. Ma, l’attività fisica serve sempre. No?
Abito in una casa gialla. Ho un gatto di nome Simo (perché il mio primo ragazzo si chiamava Simone). La casa è spaziosa, nonostante abbia solo un salotto-cucina, una camera ed un bagno.

Kiss,
Giovanna

L’uomo solo

Conosco un signore che ha come proprietà una macchina. Quando vado in palestra, lo incontro. Cura la sua macchina come la rosa del Piccolo Principe.

Questo signore ha gli occhiali da vista ed avrà circa 50 anni. Parla poco. E’ taciturno.

La sua macchina contiene: lenzuola, letto, vestiti e persino fiori. Ha anche gli elastici che gli servono a “saldare” coperte, per proteggere la macchina dai raggi solari.

E’ un uomo buono, gentile. Ma, come se non esistesse. Forse si sente libero così, forse ha paura degli altri. Del mondo, spesso ostile. Dei pregiudizi che delimitano.

La sua vita gira tutta intorno al suo mezzo. Ma, è un mezzo che non cammina. Un po’ come noi che abbiamo la nostra casa, il nostro rifugio, e ci sentiamo al sicuro solo lì.

 

L’uomo solo di Leo Ferré

 

 

Ma non sai rialzarti

Attimi si intersecano, forse litigano, forse no. Suonano come spine di rose. Si percepiscono. Li percepisci.

Seduta su una sedia, sfogli pagine di libro. Poi di quaderno. Quel quaderno che odiavi tanto. Addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni. Faccine disegnate.

Ti tocchi i capelli. Sfibrati. Non ti curi come una volta. Quando uscivi, sorridente. E quel sorriso bianco. Senza imperfezioni. Imperfezioni che non pensavi di avere. Ma siamo imperfetti, cazzo!

Bevi acqua calda, perché dici che purifica. A piccoli sorsi, termini quella sostanza quasi sporca. Nera. Quel nero che non riesci a capire. E ti distrugge. Ti sta continuando a distruggere.

Ti alzi dalla sedia. Vai verso la finestra. Fuori tutto è fermo. Sono le tre di pomeriggio. Ed un caldo quasi caldissimo ha reso gelide le rose rosse. Ancora più ferme, le macchine verdi che erano verdissime. D’inverno.

Guardi fuori e guardi dentro.

Ripensi agli attimi, ai ricordi.

Ti hanno resa fragile, sensibile. Dolcemente complicata. Complicata e strana. Agli occhi degli altri.

Ti siedi di nuovo. E continui a sfogliare quel quaderno. Impassibile. Fino a tarda sera.

La sera, ti alzi, vai a letto e fai finta di dormire.

Attimi si intersecano, forse litigano, forse no. Suonano come spine di rose. Si percepiscono. Li percepisci. Ti tormentano perché hai paura di cambiare.

Ma, non sai rialzarti.

#nerasolitudine

#Nerasolitudine #2

 

Foglie cadono. Spinte dal vento.

Si fermano vicino alla minuscola casa della signora Di Gregorio.

Una signora, con un cane di nome Lucy.

Le foglie si insediano in vasi ben tenuti e sbirciano dalla finestra cosa succede in casa.

Silenzio e solitudine si incontrano in ogni istante. Ma, sono schiacciati dal cane che fa di tutto per tenere impegnata la minuta signora Di Gregorio.

Che ride, sorride e si arrabbia.

Foglie cadono. Spinte dal vento.

Un vento gelido, che non porta una nera solitudine.

 

89: Tormento

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Bianco e Nero, Trinità - Chieti, l'altro ieri

Questo racconto lo dedico a una persona che conosco. Che ieri ha perso suo marito. Torno domani con il diario!

Katiuscia ora è in tormento. Suo marito le è morto tra le braccia. Braccia ora deboli a causa di una perdita che non si aspettava. Fino a ieri, Giuseppe giocava con i tre figli. Fino a ieri, sorrisi complici si mescolavano a frasi pronunciate con estrema severità.

Katiuscia ora è seduta. La bara è al centro della sala. Parenti le danno baci, abbracci. A volte, sentiti. A, volte no. Parenti si guardano da lontano con occhi lucidi. Anche se molti di loro non si sopportono, oggi fanno finta di condividere questo dolore. Dolore misto a pianto. Pianto che copre il viso di Katiuscia.

Katiuscia non ha un lavoro e ha tre figli. Sì, ha una casa di proprietà, ma come farà a pagare le bollette? Come farà?
Sicuramente le cose cambieranno. E lei, forse, sarà di nuovo quella di ieri. Ma, ora ha un tormento.

Tormento che racchiude rabbia, tristezza, ricordo. Ricordo di un marito dolce, che le dava baci tra coperte sempre pulite. Marito che ha fatto tanti sacrifici per comprare una casa. Una casa di proprietà, tenuta alla perfezione da Katiuscia casalinga. I bimbi sempre in ordine e pettinati. La colazione sempre in orario, alle 7.30, con dolci fatti con estrema cura e impegno. Perché Katiuscia prima di sposarsi non sapeva nemmeno fare il sugo.

Katiuscia, seduta su una sedia, piange. Anche se ci sono persone intorno, Lei, ottimista per natura, ora, ha un tormento. Che non la fa pensare, riflettere, agire. Un tormento che la isola nel suo dolore. Un dolore senza definizione, non circoscritto, immenso. Un dolore che offusca il suo sguardo sempre sorridente. Sempre dolce.

Katiuscia, sola nella sua disperazione, vorrebbe tornare a ieri. A quando suo marito le diceva: “Vai a dormire! Ci pensiamo domani”. Purtroppo, “domani” non c’è stato. E non ci sarà più.

Katiuscia, seduta su una sedia, piange. Piange perché ha un tormento. Che non passerà mai. Sì, diminuirà d’intensità. Ma, non passerà. Mai.

Buona serata,
Em@

73: La borsa di María Soledad

busta
Busta Bianca, Templi romani, Chieti, oggi.

 

Una busta a terra. In una stanza singola, che da un paio di giorni condivide con Nessuno.

Sola, in un altro paese apre gli occhi. Tutti i giorni da un anno a questa parte. Parte del mondo che non conosce bene, per via di usi e costumi dissimili. Per via di colori che mettono in luce situazioni che lei apparentemente non apprezza.

Parla una lingua diversa e fa fatica a farsi capire. Fa fatica ad unire parole che poi formano frasi. Poi concetti, poi pensieri articolati.

Ha un viso da modella esotica. Con lineamenti marcati ed occhi profondi. Che a volte sono talmente ricchi di vissuto, che ti ci perdi. Ti perdi in una famiglia, piena di figli, che ha lavorato. E ha accettato passivamente la condizione di miseria, in un Paese che aveva e ha poco da offrire.

Un giorno di maggio, María Soledad ha deciso di partire. Per avere una vita diversa ed essere libera di essere donna. Una donna con poche pretese, con tanto da offrire. Una donna fiera di comprarsi un bracciale di bigiotteria e di farlo vedere alle sue amiche venezuelane, che incontra alla villa, tutti i giovedì, alle ore 18.00.

María Soledad esce tutti i giorni con una busta bianca di cotone naturale. Come quelle che trovi alla Conad, a un euro e cinquanta. E a volte, a prezzo scontato.

In quella busta, di mattina, trovi frutta e verdura e una confezione di uova fresche. Uova amate dal cane viziato del suo datore di lavoro, che mangia uova crude e macinato, a pranzo e a cena.

Di pomeriggio, si trasforma in luogo d’incontro di insaccati, formaggi e scontrini. Che ripetutamente e ossessivamente controlla, a causa di un “padrone” estremamente fiscale. Privo di fiducia e essenzialmente razzista.

Di sera, alle 9, la busta si trasforma in una chanel classica e vintage.

María Soledad si chiude a chiave in una stanza singola, priva di orpelli e accessori, si mette un completino che ha comprato ai cinesi sotto casa. E sfila, come una modella, davanti a uno specchio recuperato nei pressi di un cassonetto giallo, che raccoglie plastica e vetro.

Poi prende la sua finta chanel, nella quale ha messo amuleti che le ricordano la sua famiglia e foto del suo fratellino piccolo, e si sente più sicura.

Sfila per altri dieci minuti, poi si sdraia sul letto per la troppa stanchezza, poi si addormenta profondamente, sperando di dimenticare per qualche ora la sua solitudine.

Una busta a terra. Una camera senza orpelli. Una donna venezuelana che dorme. Una donna forte senza affetti vicini. Vicini virtualmente, ma lontani fisicamente. Lontani da una vita nuova, difficile. Difficilmente comprensibile da colui che parla e la giudica, mentre beato accarezza il suo gatto, in una casa di proprietà, situata in una campagna sempreverde. E sempre fiorente.

Buona serata,

Em@

Per contatto epistolare:

Emanuele Potere

c/o Studio Di Iorio

Via Ravizza, 84

66100, Chieti (CH)

62: Quando meno te lo aspetti

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Foto presa dal web

Fatti, situazione e persone sono fantasie del sottoscritto

Quella mattina di settembre, non vedeva l’ora di andare a scuola. Era entusiasta. Da quando aveva lasciato la vecchia scuola, era diventata un’altra persona.

Si era alzata all’alba per prepararsi, definire quei capelli crespi e gustarsi la colazione, preparata amorevolmente da una madre chioccia.

Aveva giocato con il fratellino, disturbandolo mentre guardava i cartoni animati, e aveva persino rifatto il letto, mettendoci cura e amore.

Aveva ricevuto un whatsapp dal suo nuovo ragazzo, che le dava appuntamento alle 8.00, davanti al Liceo Classico D’Annunzio di Pescara.

Simo, presa dall’ansia, dopo quel messaggio, chiese al padre di portarla prontamente a scuola. Il padre, quel giorno, non era di strada, ma poteva accompagnarla vicino all’edicola. Non molto distante dall’edificio scolastico.

Simona, per gli amici Simo, accettò il passaggio del giovane uomo.

La sfortuna volle che la macchina si fermò davanti al Cinema Massimo, che era a circa 25 minuti dalla scuola.

Simo, presa dal panico, scese dalla macchina, senza salutare il padre, sbattendo forte lo sportello della Citroën nera. Doveva arrivare in tempo al suo appuntamento, perché per le adolescenti l’amore viene prima di tutto e tutti.

Erano le 7.20 e Simo sapeva che vicino alla pizzeria all’angolo, al lato del Cinema, c’era la fermata del 3. La zona la conosceva abbastanza bene poiché ci abitava Selenia, una sua amica di yoga. Anche se Simona aveva frequentato quel corso solo per due volte, a causa degli attacchi di panico che le venivano quando faceva la posizione del morto.

Erano le 7.25 e Simona sapeva che tra cinque minuti sarebbe arrivato il 3. Era contenta perché, traffico permettendo, sarebbe arrivata in orario all’appuntamento. Avrebbe visto il suo ragazzo e l’adrenalina si sarebbe trasformata in love, puro love.

Alle 7.30, Simona salì sull’autobus. Corse per prendere il posto, perché l’autobus era pieno. Non fu curiosa come al solito, perché la sua mente era impegnata a pensare a cosa dire al suo boyfriend. Non guardò da nessuna parte, perché voleva arrivare calma all’incontro. Si mise le cuffiette e chiuse gli occhi.

Arrivata a metà strada, mentre il semaforo era rosso, si girò verso il bar per rendere elastico il suo collo. Seduto su un motorino nero, c’era il suo ragazzo che baciava con insistenza e impeto la sua amica Selenia, una sua amica di yoga. Che Simona aveva visto per due volte, in una palestra quasi deserta.

Simona, per gli amici Simo, quella mattina di settembre non andò a scuola. Tornò a casa e si mise a piangere su quel letto rifatto circa un’ora prima.

Buona serata,

Em@

48: Profumo

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Solitudine sfocata, dicembre 2016

 

Email di un ragazzo innamorato a una ragazza non innamorata che non risponde al telefono

 

Da: vascosandro@virgilio.it

A: valentinavalente@yahoo.com

Oggetto: Profumo

 

Ciao sono io. Ti sto tartassando di telefonate. Cazzo, rispondi!

Non ti ho più visto da quella sera in discoteca. Il fumo che copriva i tuoi occhi, i tuoi bellissimi occhi. E poi quella musica assordante che non mi permetteva di dirti cosa pensavo, cosa mi piaceva di te.

Mi piacciono i tuoi capelli, come li porti. E poi quelle lentiggini sul naso, che solo tu puoi permetterti.

Ti volevo dire tante cose. Che non sono più quello del liceo, non sono più quel ragazzo che ti prendeva in giro per come gesticolavi. Sono cresciuto da quando la nostra relazione è finita ed ho capito tante cose. Tante, tante, tante.

Ho capito che per me sei unica. Sei indispensabile. Sei quella che mi fa sorridere. Solo con te rido, e mi diverto. Rido a crepapelle fino allo svenimento. Ti ricordi quando ridevamo per le cazzate e solo tua madre riusciva a fermarci, a rimetterci in riga? Ti ricordi Stellì?

Ti ricordi le passeggiate in motorino, quel senso di libertà che solo noi due avevamo. Solo la nostra unione ci permetteva di essere spensierati e fregarcene di tutto e tutti!

Ti ricordi???????????!!!!!??????????!!!!!?????

La cosa che mi manca più in assoluto, lo sai qual è Stellì? E’ il tuo profumo. Mi manca da morire. Quando sto in autobus, al cinema e sento un profumo simile al tuo, inizio a tremare. Tremo perché il tuo profumo mi dava sicurezza, mi dava amore. Senso di appartenenza. Mi restituiva quell’ equilibrio che avevo perso quando papà se n’è andato di casa. Il tuo profumo permeava nella mia pelle, senza che me ne accorgevo. Era un siero prezioso, che mi permetteva di sorridere. E poi ridere. Una medicina che allontanava le giornate buie. Allontanava i miei scheletri nascosti e mi faceva vivere. Essere realizzato.

Il tuo profumo era il mio oggi, la mano che mi accarezzava, il bacio dato senza preavviso. La sorpresa di vederti sotto casa con un biglietto del concerto di Vasco, che amiamo entrambi. Il mio profumo sei tu, Stellì. Sei tu. Ma, lo vuoi capire?

 

Sandro.

 

Buona serata, 

Em@