64: Passione

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Annifa, 2008

A tutti coloro che hanno una passione

Si era alzato di merda quel giorno. Aveva preso la sua borsa di danza ed era andato al mare. Non c’era nessuno. Era una mattina d’inverno e tutti erano a scuola.

Aveva lasciato la scuola da un paio di settimane perché non credeva nell’istruzione e aveva mandato a fanculo la sua professoressa di matematica. Una stronza che l’aveva preso di mira.

Al mare tutto sembrava nuovo. L’aria diversa. Diversa da quella della sua città sempre caotica, dove macchine passavano in continuazione. E senza interruzione. Macchine rappresentate da marche di macchina. Perché dentro gli abitacoli la gente sembrava morta. Manichini indaffarati con l’orologio al polso.

Al mare si sentiva libero. L’unico posto dove non doveva rendere conto alle chiacchiere di quei genitori assenti. Di quel padre che quando c’era si chiudeva in camera. E beveva, si ubriacava. Si ubriacava e tirava coltelli, come se fossero freccette. Lui aveva paura, ma voleva essere più forte della paura.

Al mare spegneva il telefonino e lo riponeva nella tasca della borsa, dove teneva le mezzepunte. Non voleva sentire nessuno. Le chiacchiere della sua ragazza che lo chiamava solo per dirgli di tornare a scuola. Senza chiedergli Come stai? Che racconti? Che hai fatti oggi?

Si sentiva solo, ma era forte. Perché aveva con sé la sua passione. La passione per la danza. Sbarra, diagonale, centro. Mezzepunte, aperture. Plié, rélevé, rond de jamb.

Una passione che gli scandiva le giornate, parlava con lui. Riaffiorava quando si svegliava e si allontanava quando si addormentava. Anche se a volte, la sognava.

Sognava sempre di danzare sulla sabbia, in una mattina di dicembre. Una mattina come tante, come quella di oggi.

E oggi, danzò come in quel sogno. Scalzo e senza musica. Perché le onde gli facevano da sottofondo e i tuoni rafforzavano pezzi di coreografia.

Per la prima volta si sentì libero di urlare al mondo e senza voce che lui c’era. Ed era quello che danzava.

Anche se non c’era nessuno a guardarlo, anche se intorno passanti disattenti, come manichini senza anima, guardavano l’orologio perché dovevano rientrare.

Buona notte,

Ema

39: E aspetta domani

 

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Nero, dicembre 2015

 

L’uomo solo lo incontri tra la gente. Ti chiede: “Come stai?”. Ti fa un sorriso, anche se nasconde tanta sofferenza.

L’uomo solo è nei giardini, mentre gioca al parco col nipotino, che non la smette di stressarlo con il lancia ragnatele di Spiderman.

L’uomo solo tutte le mattine si alza dal letto, non si guarda mai allo specchio. Perché ha paura di vedere quello che era un tempo. E che gli piaceva. Si veste velocemente perché le bomboniere sul tavolo oramai inutilizzato le ricordano la moglie. La moglie, la sua vita, il suo gioiello, la sua stellina, il suo vagare, la sua speranza, la sua voglia di vivere, i suoi progetti, le vacanze, le battute, le risate, i complimenti, i traguardi, le realizzazioni.

L’uomo solo rifiuta gli incontri, gli appuntamenti con persone nuove.

Quasi tutti i pomeriggi si reca al centro commerciale di Montesilvano e vaga per ore tra negozi. Negozi anonimi, con gente anonima. Si prende un caffè in un bar vicino ai bagni e lo sorseggia con molta lentezza. Perché riempire il tempo è una cosa difficile. Difficilissima. Complicata.

L’uomo solo sa dire di no. Quasi mai accenna un sì.

Torna a casa la sera. Tardi. Apre la porta con calma e si rifugia nel suo letto. Un letto maschile, che sa di angoscia, disperazione, voglia di continuare a dire no. Si alza per andare a prendere un pezzo di pane del giorno prima, posto all’interno di una busta di carta aperta, quasi strappata. Mangia quel pezzo di pane, apre il frigo vuoto. Ci trova solo una bottiglia d’acqua mezza vuota. La prende, si scontra con il tavolo inutilizzato pieno di bomboniere, si fa male. Piange. Torna a letto. Posa la bottiglia mezza vuota sul comodino. Posa la testa sul cuscino pieno di lacrime.

E aspetta domani.

Buona serata,

Em@

Canzone di sottofondo: