Il cruciverba

Avrei voluto scrivere tutt’altro. Ma, le parole scorrono verso direzioni sconosciute. Senza ascoltare la ragione, che vorrebbe portarle altrove. Verso verità prestabilite. Quasi conformiste.

Mentre scrivo, una musica di sottofondo mi sostiene. E anche un cane che piange perché vuole rientrare. Vorrebbe avere solo le coccole. In braccio. Mai solo.

Ora, abbaia per dispetto.

Ricordo una panchina, due ragazzi al primo appuntamento. Sguardi teneri, troppo imbarazzati. Silenzi ben dosati da un sospiro che interviene. Uno starnuto che accoglie la primordiale vergogna. Una vergogna che fa tenerezza. Si fa persona nel viso di lei: una cucciola da abbracciare. Lui, ben distinto, persona a modo. Giovane borghese di una Chieti bene, oramai decaduta. Mai fuori posto, mai disattento.

In lontananza, il vero protagonista di questo incontro: l’uomo col cruciverba.

Una macchina aperta, una radio anni ’70. E lui che osserva, coprendosi dietro al suo cruciverba, che tenta di risolvere. Non muovendo mai la penna. Sapendo di non sapere. 

La musica, ora, toglie il respiro a parole oramai sedate da un racconto senza storia.

Che osserva chiunque passi.

Rossetto Rosso

Otto lunghi giorni

Buen@s,

anche oggi il caldo è sulla bocca di tutti. Mentre, bambini pestiferi tornano a casa, accompagnati da nonne premurose.

Girovagando per il centro, questa mattina, tra un impegno ed un altro, mi sono imbattuto in questo edificio. Non curato, né tenuto bene. Ma, storicamente importante per aver ospitato per otto giorni, Mafalda di Savoia, principessa italiana, moglie di Filippo d’Assia, figlia di Vittorio Emanuele III.

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Otto lunghi giorni, in cui Mafalda si sarà sicuramente affacciata alla finestra, forse di notte, per non essere disturbata. E avrà pensato ai suoi figli, che si trovavano a Roma, ospiti del Vaticano, poiché tra Italia e Germania le cose non andavano come dovevano andare.

Otto lunghi giorni in cui, forse, pensava al marito, che non sentiva da un po’. Un marito non presente, per via di ruoli politici. Un marito che l’ha sicuramente trascurata per molto tempo. Come donna, come essere umano.

Mafalda, come una di noi. Terribilmente fragile, fragile e forte.

La immagino, mentre guarda fuori. Forse il cielo, le stelle. Non pensando sicuramente al suo destino crudele: morire dissanguata un anno dopo, nel campo di concentramento di Buchenwald.

Mil besos,

Em@

#Attraversando gli anni

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Chieti, l’altro ieri.

 

Nevica da giorni. Interrottamente. Fuori case si intravedono. Solo l’immaginazione può portarmi a capire che cosa succede oltre le finestre. Forse bambini giocano, cambiando l’ordine dei soprammobili. Forse genitori, insofferenti, gridano e sgridano perché la neve rende nervosi.

La tua coperta è ancora sul tuo letto. La neve non l’ha sgualcita. Forse l’ha fatta diventare più umida. Per via di questo freddo interiore e reale, che mi tormenta. Tormenta il mio stato d’animo da quando hai lasciato questa terra. Da quando, quella mattina mi hai detto: “Ci vediamo dopo!”

Ma, non sei più tornato.

Eri felice quel giorno. Era agosto.

Avevi una camicia a righe, perché avevi una riunione importante. Avevi voglia di dire la tua. Ti eri preparato un bel discorso, che avevi preparato nei dettagli. Eri un perfezionista. Lo so, lo sapevo. Lo sapevi.

Quella mattina, avevi lasciato il caffè, come fai sempre. E avevi dato due morsi alla torta al cioccolato. Che ti avevo preparato con tanto amore. Anche perché eravamo appena sposati. E ti amavo, come non ho mai amato nessuno. Nessuna.

Ti amavo perché eri altruista. Eri testardo, come me. Eri ansioso, come me. Ma, a differenza mia, ti alzavi ogni mattina e cercavi di allontanare quel mostro nero, che conoscevamo entrambi. Quel mostro nero che ogni tanto appariva e lasciava cadere a terra posate. Senza un perché.

Quella mattina, ci siamo allontanati per sempre. Il destino ha voluto così. Senza darmi la possibilità di attraversare gli anni insieme. Quegli anni che avrebbero potuto darci un bambino, una casa bella e nuova, un posto nel mondo diverso.

Nevica da giorni. E il tuo letto è rimasto intatto. Perché dicevi sempre che per dormire avevi bisogno di una camera singola. Una camera dove pensare, riflettere e riposare.

Una camera da dove avresti potuto vedere fiocchi di neve, che cadono come lacrime versate in continuazione.

Ann@

Un bacio,

Em@

#L’unica cosa da fare

Dormo. Faccio finta.

Diecimila pensieri si addensano in un cervello forse spento da anni.

L’ho tradito e non so come cambiare la situazione.

Intanto le nostre schiene si toccano. Percepisco il suo respiro, che si fa più intenso ad una certa ora della notte. Notte che ostacola la mia azione perché non so che fare.

Faccio finta di dormire. E’ quasi mattina.

Lui è quasi sveglio. Si avvicina. Vorrebbe toccarmi, accarezzarmi. Fare l’amore. Lo scanso perché mi sento sporca. Ho fatto una cosa che volevo. Ma, non dovevo fare.

Si alza, per andare a lavoro. Con calma, senza rumore. Rumori.

Esce di casa ed io sono ancora a letto. Girandomi da una parte all’altra. Scoprendomi e ricoprendomi.

Mi alzo, mi vesto ed esco.

Fuori fa freddo. Due ragazzi, che entrano alla seconda ora, si baciano.

Cammino per la città, senza direzione. Non ho un lavoro e mi sento in colpa.

Mi siedo su una panchina, vicino a una fontana. Mangio un cornetto alla crema, chiamo il mio amante, vado a casa sua. Gli dico che è finita. E’ stata una debolezza.

Torno a casa, cucino, mangio. E aspetto Lui per dirgli la verità.

L’unica cosa da fare.

137:18 settembre (Libro: Il treno dell’ultima notte di Dacia Maraini)

Buen@s,

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Libro: Il treno dell’Ultima Notte di Dacia Maraini, Burbig(Rizzoli) edizione, 12 euro, 429 pp.

Ho appena finito di leggere, Il treno dell’ultima notte, di Dacia Maraini. Eh, che dire?

Dico solo che la Maraini, per me, è una delle scrittrici più brave che abbiamo. Un’autrice che entra nella storia, studiando in maniera minuziosa tutti i personaggi e situazioni che nascono dalla sua penna.

Ho letto questo libro, mettendoci appositamente più del dovuto. Perché ci sono storie che hanno bisogno di riflessione per essere capite, che hanno bisogno di un tempo personale per essere digerite.

La storia che l’autrice ci propone è una storia forte. Amara, una ragazza ventottenne di Firenze, decide di prendere un treno ed andare alla ricerca di Emanuele, il suo ragazzino ai tempi dell’adolescenza. Un ragazzino, (ora) uomo, che ha sempre amato.

Emanuele, di famiglia ebrea, scrive lettere alla giovane Amara, per raccontarle cosa sta succedendo a lui e la sua famiglia, nel periodo in cui i nazisti obbligavano gli ebrei a vivere nei ghetti. E poi la conseguente deportazione nei campi di concentramento.

I temi di questo romanzo sono molti e, tra questi, i più importanti sono:

Il viaggio.

Amara intraprende questo viaggio verso Vienna per sapere se Emanuele è morto o no. Un viaggio interiore e reale, che la spinge a cambiare. A vedere lati del suo carattere, che non ha mai preso in considerazione.

In questo viaggio, sul treno, conosce l’uomo delle gazzelle. Un uomo che l’aiuterà a ricercare Emanuele. Un uomo che diventerà molto importante per la giovane giornalista.

Il treno, in questo libro, diventa un simbolo. Simbolo che rimanda anche alle povere persone, che ammassate come animali, venivano portate nei campi dell’orrore. Campi in cui si concentrava la loro fine.

La storia.

La Maraini ha studiato. E non sono di certo io che devo dirlo. Ma, in questo libro vi è uno studio approfondito di tutto ciò che viene narrato: il ghetto di Łódź, il campo di concentramento di Auschwitz, la rivolta di Budapest del 1956. E tanto altro…

Per quanto riguarda lo stile, la Maraini è maestra di stile. Usa la corrispondenza epistolare, come espediente narrativo, per rendere la storia più completa. E la narrazione meno pesante.

Amo la Maraini, perché entra nella storia, come nessun’altro sa fare. Nulla è lasciato al caso, nulla è scontato.

Voto: 9

Mil besos,

Em@

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