Incompresa

autumn moments (5)

Era una bambina che amava il cioccolato. Il gelato al cioccolato. Ogni giorno tirava la gonna della mamma e le diceva :”Mamma, mamma, voglio il gelato!”
E la mamma le rispondeva: “Al cioccolato, naturalmente!
Non amava gli spinaci, la frutta. Solo il gelato.
Anche d’inverno, quando le nuvole sprigionavano pioggia. E i bambini stavano a casa, distruggendola. Spargendo, per terra, giocattoli.
Assunta, questo era il suo nome, viveva in un piccolo paese dell’entroterra abruzzese. Ed era figlia unica.
Questo le pesava, un po’. Perché non poteva confidarsi con nessuno. Non poteva dire a nessuno quanto le piaceva disegnare.
Alberi, case grandi. Piazze giganti. Panchine vuote. Mamme sole, con accanto cani.
Un giorno decise di nascondersi, per non farsi ritrovare. In quanto incompresa.
Si nascose in una parte della casa, accessibile solo a lei. Alla sua statura.
E da lì, sentì quel nero che aleggia nelle persone preoccupate. Ansiose.
Che hanno perso qualcosa.
E da lì, sentì quel silenzio assordante. Che uccide, chi ti ama.
Assunta, alla fine, decise di uscire. E chiese scusa a sua madre.

Ai bordi di una scala…

Ai bordi di una scala, il tempo si è fermato. Si è fatto piccolo. Non esiste.

Non occorre sapere da dove proviene quella paralisi, perché ora non ci può fare nulla.

Sergio, seduto sul primo scalino, piange lacrime. Lacrime amare. Derivate da un senso di vuoto, di inutile inesistenza.

Vorrebbe gridare al mondo “Ci sono!”

Ma, si è stufato.

Si è stufato dei no, di non essere nessuno.

Non aspira ad essere un poeta o un artista. Un mago o un ministro. Vorrebbe essere qualcuno riconosciuto socialmente. Che può essere d’aiuto. Che può vantare ai suoi occhi quello che è. Che è diventato.

Purtroppo, la vita è un treno. Va troppo veloce. A volte, si perdono le fermate. Non per colpa nostra. Ma, di un destino.

Un destino che non ha una definizione, che non si può addobbare come un albero di Natale.

Un destino buio o di luce. Che esiste.

Ai bordi di una scala, Sergio ha smesso di piangere. Ora è calmo.

Fuori il sole delinea le case, i bambini vanno in palestra. E le maestre, indaffarate, parlano solo di scuola.

Ma non sai rialzarti

Attimi si intersecano, forse litigano, forse no. Suonano come spine di rose. Si percepiscono. Li percepisci.

Seduta su una sedia, sfogli pagine di libro. Poi di quaderno. Quel quaderno che odiavi tanto. Addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni. Faccine disegnate.

Ti tocchi i capelli. Sfibrati. Non ti curi come una volta. Quando uscivi, sorridente. E quel sorriso bianco. Senza imperfezioni. Imperfezioni che non pensavi di avere. Ma siamo imperfetti, cazzo!

Bevi acqua calda, perché dici che purifica. A piccoli sorsi, termini quella sostanza quasi sporca. Nera. Quel nero che non riesci a capire. E ti distrugge. Ti sta continuando a distruggere.

Ti alzi dalla sedia. Vai verso la finestra. Fuori tutto è fermo. Sono le tre di pomeriggio. Ed un caldo quasi caldissimo ha reso gelide le rose rosse. Ancora più ferme, le macchine verdi che erano verdissime. D’inverno.

Guardi fuori e guardi dentro.

Ripensi agli attimi, ai ricordi.

Ti hanno resa fragile, sensibile. Dolcemente complicata. Complicata e strana. Agli occhi degli altri.

Ti siedi di nuovo. E continui a sfogliare quel quaderno. Impassibile. Fino a tarda sera.

La sera, ti alzi, vai a letto e fai finta di dormire.

Attimi si intersecano, forse litigano, forse no. Suonano come spine di rose. Si percepiscono. Li percepisci. Ti tormentano perché hai paura di cambiare.

Ma, non sai rialzarti.

Quando qualcuno passa…

Rumori di macchine: sono le 3 di pomeriggio. Ma, si sentono in lontananza.

Una macchina al lato della mia panchina sembra morta. È grigia. Vecchia.

Bianca è la casa di fronte. Senza personalità. Costruita a blocchi negli anni ’70. Quando forse c’era ancora voglia di costruire. Costruire e non distruggere. Come oggi. O lasciare all’abbandono.
Le finestre sono chiuse. Chiuse da tempo. Come quelle che vedi lungomare d’inverno. E che sai torneranno a vivere d’estate.

Gli autobus gialli continuano a passare. Non come l’ora di punta. Ma, si sa questo avviene in tutte le città. Soprattutto di sabato, quando il silenzio cala sul giorno.

Un uomo nero, vestito di nero, con occhiali neri e scarpe nere, passeggia. E parla con la sua amante al telefono. Non capendo che a quest’ora le sue parole sono più incisive. Per nulla scontate. Più forti, anche se dette sottovoce. Per non farsi sentire.

Una ragazza di nome Azzurra parla anche lei al telefono. Ma, con la madre. Che la sgrida per non so quale motivo.

Una campana suona tre volte.
Sono le tre.
Las tres de la tarde.
Il silenzio si nasconde nell’ombra e si trasforma in rumore, quando qualcuno passa.

Ahimè 


Il sole mi trafigge.
Non ci vedo.
Chiudo anche gli occhi.
Palline nere si muovono. Di qua. Di là.
Sono il frutto di una cervicalgia potente che mi blocca nei momenti in cui perdo l’equilibrio. Nei momenti in cui le azioni quotidiane sono una pura formalità. Formalità monotona quasi burocratica. Anzi burocratica.
Le palline continuano a muoversi e io a chiudere gli occhi.
Vorrei si fermassero.
Ma, so che restano in silenzio con il tempo. Non domani. Fra una settimana, se riposo.
Fra una settimana se smetto di correre.
Di rincorrere le risposte, le domande e i ma.
Di rincorrere Bau Bau di cani e una donna che insegna a suo figlio a fare selfie.
E a mettersi in posa.
Una posa che mai riposa.
Ahimè. 

Adela e il suo vestito verde


Adela indossa il vestito verde. Quello del matrimonio della sorella. Quello che ha scelto per l’occasione e non smette mai di indossare. Come chi porta i capelli da un lato per non far vedere la calvizie.
Quel vestito lo indossa sempre. A scuola, mentre spiega ai ragazzi. Parla di Lorca e della sua prematura scomparsa.
Al mercato quando sceglie la frutta per la mamma. Rigorosamente senza imperfezioni. Rigorosamente di prima qualità.
Al cinema quando con la sua amica Rita parla di Scola e dei suoi film più belli. Mentre mangia i pop corn e sbircia le notifiche su Facebook, per vedere se il post postato qualche ora prima ha riscosso il successo. Che lei riconosce. Ma, gli altri molto spesso no.
La sera, quando torna a casa, Adela lava il suo vestito. Ogni due giorni solitamente, usando l’apposito programma per asciugarlo.
Si addormenta con il rumore della lavatrice e, nei giorni in cui non la fa, spera che piova. Per non sentire le domande della sua mente, che quasi sempre la lasciano k.o.

Senza nulla in cambio

Ovunque. In giro. Ti cerco.
Tra la gente che sorseggia un caffè, di mattina, quando tutti sono a lavoro e io vado in analisi. Perché ho dei problemi e questo si deduce.

Ti cerco nei sorrisi di chi non piange mai. Ma, so che quei tipi non esistono. Forse di notte tra coperte sgualcite si girano e si rigirano. Mentre lacrime compaiono in visi stanchi, che hanno smesso di dire: “Sono forte!”

Ti cerco in quelle famiglie che si conoscono e  non si conoscono e postano foto di figli su Facebook. E si dicono: “Quanto ha il tuo piccolo?” “La mia ancora non mangia” “Che bonooo!”
Quelle foto così diverse dalla realtà, rappresentano veramente chi siamo nella quotidianità di tutti i giorni?

Ti cerco nei libri. Nei film. Lì, a volte ti trovo. A volte, mi sfuggi. Altre, sei assente. Cerchi di prendermi per mano. Ma…sono io forse che non voglio darti la mano. La mia mano, che ora non è liscia come un tempo. La mia mano che ha qualche macchia in più.

Ti cerco. In giro. Ovunque.
Pace.
Forse non riuscirò a prenderti.
Forse non sarai mai mia.
Forse una mattina, mentre il cielo si fa nuovo, sarai lì ad aspettarmi.
Senza nulla in cambio.
Pace.

#Attraversando gli anni

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Chieti, l’altro ieri.

 

Nevica da giorni. Interrottamente. Fuori case si intravedono. Solo l’immaginazione può portarmi a capire che cosa succede oltre le finestre. Forse bambini giocano, cambiando l’ordine dei soprammobili. Forse genitori, insofferenti, gridano e sgridano perché la neve rende nervosi.

La tua coperta è ancora sul tuo letto. La neve non l’ha sgualcita. Forse l’ha fatta diventare più umida. Per via di questo freddo interiore e reale, che mi tormenta. Tormenta il mio stato d’animo da quando hai lasciato questa terra. Da quando, quella mattina mi hai detto: “Ci vediamo dopo!”

Ma, non sei più tornato.

Eri felice quel giorno. Era agosto.

Avevi una camicia a righe, perché avevi una riunione importante. Avevi voglia di dire la tua. Ti eri preparato un bel discorso, che avevi preparato nei dettagli. Eri un perfezionista. Lo so, lo sapevo. Lo sapevi.

Quella mattina, avevi lasciato il caffè, come fai sempre. E avevi dato due morsi alla torta al cioccolato. Che ti avevo preparato con tanto amore. Anche perché eravamo appena sposati. E ti amavo, come non ho mai amato nessuno. Nessuna.

Ti amavo perché eri altruista. Eri testardo, come me. Eri ansioso, come me. Ma, a differenza mia, ti alzavi ogni mattina e cercavi di allontanare quel mostro nero, che conoscevamo entrambi. Quel mostro nero che ogni tanto appariva e lasciava cadere a terra posate. Senza un perché.

Quella mattina, ci siamo allontanati per sempre. Il destino ha voluto così. Senza darmi la possibilità di attraversare gli anni insieme. Quegli anni che avrebbero potuto darci un bambino, una casa bella e nuova, un posto nel mondo diverso.

Nevica da giorni. E il tuo letto è rimasto intatto. Perché dicevi sempre che per dormire avevi bisogno di una camera singola. Una camera dove pensare, riflettere e riposare.

Una camera da dove avresti potuto vedere fiocchi di neve, che cadono come lacrime versate in continuazione.

Ann@

Un bacio,

Em@

#L’unica cosa da fare

Dormo. Faccio finta.

Diecimila pensieri si addensano in un cervello forse spento da anni.

L’ho tradito e non so come cambiare la situazione.

Intanto le nostre schiene si toccano. Percepisco il suo respiro, che si fa più intenso ad una certa ora della notte. Notte che ostacola la mia azione perché non so che fare.

Faccio finta di dormire. E’ quasi mattina.

Lui è quasi sveglio. Si avvicina. Vorrebbe toccarmi, accarezzarmi. Fare l’amore. Lo scanso perché mi sento sporca. Ho fatto una cosa che volevo. Ma, non dovevo fare.

Si alza, per andare a lavoro. Con calma, senza rumore. Rumori.

Esce di casa ed io sono ancora a letto. Girandomi da una parte all’altra. Scoprendomi e ricoprendomi.

Mi alzo, mi vesto ed esco.

Fuori fa freddo. Due ragazzi, che entrano alla seconda ora, si baciano.

Cammino per la città, senza direzione. Non ho un lavoro e mi sento in colpa.

Mi siedo su una panchina, vicino a una fontana. Mangio un cornetto alla crema, chiamo il mio amante, vado a casa sua. Gli dico che è finita. E’ stata una debolezza.

Torno a casa, cucino, mangio. E aspetto Lui per dirgli la verità.

L’unica cosa da fare.

Sabato che non molla. Mai.

Buenas,

chiuso in una camera d’albergo, continua a scrivere. Mentre piove, e gli altri sono in qualche bar a divertirsi.

Scrive fino a quando le parole terminano di riempire un quaderno già usato. Con le righe della terza elementare.

Si posa sul letto e cerca di metabolizzare quelle parole, che lo hanno riempito e svuotato allo stesso tempo. Parole belle, forti, a tratti dure. Parole senza senso, sensate, divertenti. Che spingono a sorridere, poi ridere.

Cerca di dormire, ma non riesce. E’ troppo stanco. Stanco grazie al suo lavoro, hobby, passione. Felice per la sua stanchezza. Una stanchezza che ti fa dire : “Cazzo, che bella cosa che ho scritto!” Anche se fuori nessuno ti ascolta, non ascolta quello che hai da dire.

Perché quasi sempre non si viene ascoltati. Ed il talento, il vero talento, non viene capito. Perché non si è estremamente belli o non si è estremamente ricchi per sborsare migliaia di euro, per pubblicare pagine di libro, solo per aver fatto una scuola di scrittura.

Marco si addormenta.

Marco si sveglia, mentre i suoi amici sono ancora fuori. Rilegge le sue parole. E’ troppo presto per andare a fare colazione. Prende un foglio dell’hotel, di quelli che lasciano insieme a una busta che nessuno invierà mai. Prende questo foglio e butta giù delle parole, che lo aiuteranno a creare. Sicuramente qualcosa di nuovo. Forse di diverso. Forse di nuovo e diverso. Sicuramente parole sue. E solo sue.

Gli altri tornano e lo vedono scrivere. Gli chiedono: “Che fai?” E lui risponde: “Scrivo”

Ridono fino all’infinito. Perché a loro solo importa aver bevuto fino allo svenimento. Aver fatto sesso in un orgia di scambisti, dove conoscersi è una rarità.

Marco esce dall’albergo, mentre gli altri dormono.

Cammina per il lungomare della città, mentre il sole si fa visibile. Grazie ai contorni delle case delineate, a un mare piatto che non disturba.

Marco è felice. Perché sa che scriverà per sempre. E anche se mollerà, si rialzerà. Come ha sempre fatto.

Vi mando un beso virtual, insieme a Marco. Che vuole dedicare le nostre parole, a Cranio Randagio: un ragazzo troppo sensibile.

Mil besos,

Em@e Marco.