Quando qualcuno passa…

Rumori di macchine: sono le 3 di pomeriggio. Ma, si sentono in lontananza.

Una macchina al lato della mia panchina sembra morta. È grigia. Vecchia.

Bianca è la casa di fronte. Senza personalità. Costruita a blocchi negli anni ’70. Quando forse c’era ancora voglia di costruire. Costruire e non distruggere. Come oggi. O lasciare all’abbandono.
Le finestre sono chiuse. Chiuse da tempo. Come quelle che vedi lungomare d’inverno. E che sai torneranno a vivere d’estate.

Gli autobus gialli continuano a passare. Non come l’ora di punta. Ma, si sa questo avviene in tutte le città. Soprattutto di sabato, quando il silenzio cala sul giorno.

Un uomo nero, vestito di nero, con occhiali neri e scarpe nere, passeggia. E parla con la sua amante al telefono. Non capendo che a quest’ora le sue parole sono più incisive. Per nulla scontate. Più forti, anche se dette sottovoce. Per non farsi sentire.

Una ragazza di nome Azzurra parla anche lei al telefono. Ma, con la madre. Che la sgrida per non so quale motivo.

Una campana suona tre volte.
Sono le tre.
Las tres de la tarde.
Il silenzio si nasconde nell’ombra e si trasforma in rumore, quando qualcuno passa.

Respiro


Sabato di marzo.

Una chiamata scuote il mio sistema nervoso.
Sono seduto e bevo un caffè. Il terzo della giornata. Lo bevo con calma.
Sono con i miei genitori anziani che,  seduti in circolo, fanno finta di niente.
Notano in me qualcosa che non va.
Qualcosa che mi rende triste, forse troppo diverso da come sono solitamente.
La cucina è pulita. Nei minimi dettagli. Le orme della polvere, da quando c’è la badante rumena, sono solo un ricordo.
La luce della cucina è gialla. Quasi bianca. Come quelle degli ospedali che delimitano reparti diversi. Che paura!
Esco per un attimo.
Vedo la finestra della cucina. I miei genitori seduti in circolo. Sembra una casa diversa.
Quella telefonata mi ha cambiato la vita.
E ha reso lo spazio inquietante.
Uno spazio che non è mio. 
Che mi ha fatto uscire fuori e respirare.
Anche solo per poco.