Tu, aspetti, chi?

 

La B è la seconda lettera dell’alfabeto.
Il numero 2. Oggi è 2.
Piove. C’è la pioggia.
Lei è davanti al computer.
Cercando di lavorare.
Come stai? Chiede a se stessa.
Quasi mai risponde. Si risponde.
Quasi mai cerca di capire.
Dai! Cazzo! Inizia ad indagare.
Nulla è più bello del vortice delle emozioni.
Nulla è più brutto.
Sai! Fuori è grigio. I cani dormono.
E tu aspetti. Chi?

 

40: Anna

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Quasi nero, aprile 2016

Anna. Una parola così comune, anche se è un nome proprio. Un nome che mi fa pensare alla mia amica ottantenne. Non ho solo amiche anziane, ma in loro ritrovo una calma paradossale, paradossalmente positiva.

Anna aveva un negozio in centro storico. Prima in una via quasi centrale. Aveva un negozio di abbigliamento per bambini, un’attività ereditata dal padre. Vendeva di tutto e quando non riusciva a trovare i fiocchi per le sue clienti, prendeva i ferri e li creava lei.

Lei che vive sola in una casa bianca, dove la solitudine è solo un miraggio lontano.

Lei che vive vicino ad una sua amica, sua coetanea, con la quale condivide conversazioni telefoniche. Risate e piatti estremamente dietetici.

Lei che va in palestra tutti i lunedì alle nove. Quest’anno ha cambiato. Ha preferito una palestra che non costa molto.

Lei che d’estate, con il caldo, ti saluta con un sorriso a 360 gradi. Come se la calura estiva non esistesse. Come se non esistessero le lamentele, i pensieri negativi.

Lei che veste come una rosa rosa. Lo smalto rosa, la sciarpa rosa, il rossetto rosa.

Lei che mi ricorda mia nonna, che ora non c’è più. Mi ricorda quella pazzia genuina che rimane impressa, ancora oggi, nella mia mente.

Anna aveva un negozio in centro storico. Amava il suo lavoro, la voglia di dare. Di condividere.

Anna, una parola così comune. Un nome proprio che non conosce Dicembre, il vuoto, il nero dell’ombra.

Buon lunedì e buona serata,

Em@

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