Adela e il suo vestito verde


Adela indossa il vestito verde. Quello del matrimonio della sorella. Quello che ha scelto per l’occasione e non smette mai di indossare. Come chi porta i capelli da un lato per non far vedere la calvizie.
Quel vestito lo indossa sempre. A scuola, mentre spiega ai ragazzi. Parla di Lorca e della sua prematura scomparsa.
Al mercato quando sceglie la frutta per la mamma. Rigorosamente senza imperfezioni. Rigorosamente di prima qualità.
Al cinema quando con la sua amica Rita parla di Scola e dei suoi film più belli. Mentre mangia i pop corn e sbircia le notifiche su Facebook, per vedere se il post postato qualche ora prima ha riscosso il successo. Che lei riconosce. Ma, gli altri molto spesso no.
La sera, quando torna a casa, Adela lava il suo vestito. Ogni due giorni solitamente, usando l’apposito programma per asciugarlo.
Si addormenta con il rumore della lavatrice e, nei giorni in cui non la fa, spera che piova. Per non sentire le domande della sua mente, che quasi sempre la lasciano k.o.

133: 12 settembre

Buen@s,

Persa. Cerco una direzione. Bianco è il colore che vedo. Bianco reale. Non sporco o panna.

Bianco come la neve di dicembre.

La prima neve. Quella che cade incessantemente. E mi isola in una città che non mi appartiene. Non sono me stessa. Non sento vibrare emozioni che vorrei provare a cena, con un bel tipo, mentre ci guardiamo. E io gli dico: “Come sei carino!”

Lui però non mi risponde. Continua a guardarmi negli occhi. Accetta il complimento. E lo ricambia senza parlare.

Bianco come una pagina senza quadretti. Senza righe.

Un bloc-notes bianco, dove ci può disegnare, scrivere appunti. Frasi sospirate. Emozioni che trasformi in parole, che metti in una carta apparentemente uguale. Che d’improvviso diventa tua.

Bianco come un cane bianco.

Che ha paura, di tutto. Tutti. Che si ferma, ovunque. Perché qualsiasi rumore lo distrae. Qualsiasi persona gli mette timore. Poi, però quando gioca con gli altri cani, lo vedi libero. Felice. Con la coda che oscilla. E la fierezza di aver condiviso quell’attimo con i suoi amichetti. Poi, tutto torna uguale, quando lo riporti in strada. La strada che lo riporta a casa. Una casa che gli appartiene, ma che ancora non sente sua.

Persa. Cerco una direzione. Un colore. Qualcosa che renda speciali le mie giornate. Che le renda dinamiche. Vive. Come gli interni degli asili, con immagini tutte colorate. Come il parco giochi della villa, che si riempie di bambini, a qualsiasi ora. A partire dalle 15.30, ora che è iniziata la scuola.

Persa, cerco strade dinamiche, sentieri colmi di erba verde, forni che aprono alle quattro di mattina. Con l’odore del pane, dei dolci, che preannunciano una nuova giornata.

Una giornata particolare.

Forse azzurra, o verde.

Rosa

Mil besos,

Em@

56: Matrimonio Silenzioso

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Silencio, por favor, Aprile 2016

 

 

Silvia ed Enrico sono sposati da cinque anni. Anni di silenzi, anni di ricordi vissuti. Ricordi passati.

Tra di loro, mai un ti voglio bene, un come stai bene. A volte, gesti di consenso quando parenti si intrufolano nella loro ampia casa. Ampia, ma vuota. Vuota e sterile.

Tra di loro, frasi di circostanza, un buongiorno di circostanza per placare l’aggressività evidente di entrambi.
Mai una coccola, mai una carezza.

Enrico e Silvia vivono con l’orologio al polso. Che scandisce i tempi della cena, della nanna, della levataccia mattutina di lui, della spesa di lei, del pranzo in solitudine di lei, dell’attesa di lei che aspetta lui, guardando le lancette. Che vanno a una velocità ridotta, mentre Silvia continua a guardarle. Con insistenza.

Il loro è un matrimonio combinato. Cose di altri tempi. Realtà che esistono ancora. Lei, appena sedicenne è uscita di casa. Ha provato a scappare, ma l’hanno subito ritrovata.
Lui, ventenne di ricca famiglia contadina. Brutto, buono e fuori forma.

Il loro è stato un matrimonio combinato, con tanto di ricevimento e festa di paese. Con tanto di ballerini di danza classica, che in fila e sulle punte, accoglievano l’entrata di lei in chiesa.

Il loro è un matrimonio silenzioso. Che circoscrive sentimenti in due interiorità fortemente sgretolate.

Un matrimonio silenzioso che sa di nero, di buio, di notte senza stelle. Che sa di uomo che sceglie di buttarsi dal quinto piano di un palazzo quasi nuovo, perché non riesce a pagare i debiti. E non sa come fare.

Un beso, 

Em@

 

53: Non sono solo colori

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Seduto davanti a un computer, posto su una scrivania di legno, situata in un ufficio di ultima generazione, di una multinazionale parigina, Fabio cerca di concludere il suo lavoro.

Non ci riesce perché da qualche giorno la sua mente vaga.

Ha un compagno con il quale si trova bene, due cagnolini che lo aspettano ed una casa vicino alla linea 12 della metropolitana.

Il suo ufficio è tutto colorato. Per lui i colori sono stati sempre fondamentali, perché riempiono le sue giornate tristi lontano da casa. Lontano dall’Italia.

Le pareti del suo studio sono verdi. Verde pastello, in onore della sua infanzia. Un’infanzia passata in campagna, tra cugini e fratelli. Tra nonne che stendevano lenzuola al sole e mamme che preferivano restare a casa ad accudire i figli.

Un acquario piccolo, con un solo pesce rosso, è posto vicino alla finestra.

Il blu dell’acquario gli ricorda il mare, naturalmente. Le corse libere sulla sabbia che all’ora di pranzo bruciava. La voglia di essere quello che realmente era e che non poteva essere. Forse quel pesce rosso nell’acqua è lui ribelle. Rosso ribelle. Un ribelle passionale, per intenderci.

Poi, c’è un tappeto nero al centro dell’ufficio. Nero orco. Che fa paura. Fabio ha sempre paura, nonostante i risultati ottenuti, nonostante alcuni sogni realizzati. Ha paura che qualcosa di brutto accada. Paura di non farcela e la voglia suicida di controllare tutto. Fino all’esasperazione.

Infine, di fronte alla sua scrivania, c’è un quadro in onore di un suo amico. Un amico di infanzia, che andava a scuola senza matite perché i genitori non avevano soldi.

Mentre i compagni di classe sfoggiavano penne colorate con glitter, matite rigorosamente appuntite, a volte solo per averne altre, il suo amichetto non aveva nulla. Solo una matita rossa e blu, che curava in maniera ossessiva. Che riponeva in un astuccio di plastica vuoto.

Seduto davanti a un computer, posto su una scrivania di legno, situata in un ufficio di ultima generazione, con pareti verde pastello, all’interno del quale ci sono un acquario piccolo con un pesce rosso, un tappeto nero al centro, un quadro intitolato “Non sono solo colori”, Fabio cerca di concludere un lavoro.

Non ci riesce perché da qualche giorno un suo amico d’infanzia, che aveva solo una matita, all’interno di un astuccio di plastica vuoto, gli ha scritto una lettera, nella quale gli ha confessato tutto il suo amore.

Fabio non sa cosa fare, nonostante provi qualcosa.

 

Buon fine settimana,

Em@