124: 3 settembre

Buenas, 

sto scrivendo ora, perché stasera dormo dai miei. Vado nel mio paese natale e domani ritorno a Chieti.

Il mio paese d’origine ( di cui vi avevo già parlato) si chiama Manoppello. E’ un piccolo paese nell’entroterra abruzzese, a 30 minuti dal mare. A 30 minuti o poco meno dalla montagna.

 

E’ un paese che mi ha dato tanto. Soprattutto nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza.

Vivere in un Paese ti permette di apprezzare le piccole cose, lontano dal caos e dalla vita frenetica di una grande città. Ti permette di costruire legami, che perdurano nel tempo. Tempo di ricordi, che affiorano quando sei lontano e tutto sembra non avere senso.

La vita di un Paese è una vita autentica, dove si mangia bene, con prodotti sani. Dove le conversazioni sono un toccasana autentico. Senza doppi fini.

E poi si è tutti cugini. Questo si percepisce soprattutto quando sei fuori. Fuori regione, ad esempio.

Quando stavo all’Università a Roma, incontravo una ragazza di Manoppello, con la quale non avevo condiviso nulla, a causa di età diverse. La conoscevo di vista, sì, ma non c’avevo mai parlato. Invece, quando l’ho vista in Facoltà, sin dal primo momento, si è instaurato un rapporto di fratellanza e di unione. Che ancora oggi dura. Nonostante la lontananza (Lei è rimasta a Roma).

Vi lascio, con un altro video, il “Velo di Manoppello“. Velo portato al fisico Giacomo Antonio Leonelli (che abitava a Manoppello, tra l’altro dove abitava la mia bisnonna), da un pellegrino sconosciuto. Che è scomparso improvvisamente. Senza lasciare traccia.

 

Mil besos,

Em@

 

 

 

 

 

 

97: Case Abbandonate

 

 

 

 

Abbandonato, solo, senza difese.

Sono stato per lungo tempo in disparte, lasciando pagine bianche sulla scrivania. Non ho avuto voglia, tempo, di scrivere. Pensare. Riflettere. Cose che amo profondamente e che mi fanno male. A volte, vorrei smettere di riempire pagine. A volte, non vedo l’ora di iniziare di nuovo.

La scrittura per me è come quella fidanzata che ami tanto. Che non vedi l’ora di rivedere. Che ti stufi di rivedere, dopo un po’. Ma, la cerchi in case abbandonate, sapendo che non la troverai. La cerchi anche quando fuori piove e tu non hai una dimensione.

Abbandonato, solo, senza difese.

Mi sono reso conto che la fiumana di gente non mi appartiene. Mi piace condividere esperienze, questo sì. Ma, non amo perdermi per giorni tra la gente, che esalta le sue qualità. Io conosco quello, quell’altro, quell’altro ancora. A me non importa conoscere qualcuno, solo perché quel qualcuno ricopre una posizione. A me, piace vivere in case abbandonate e vedere passanti che non si accorgono di te. Di me. Mi piace ascoltare storie che apparentemente non hanno senso. Mi piace guardare mamme che baciano i loro bimbi e che li portano a fare colazione al bar. Li fanno sedere per bene, e poi osservano se i piccoli pargoli mangiano il dolce. Li sgridano se qualche briciola si perde in tavolini non sempre puliti. E infine, come se non fosse successo nulla li prendono in braccio e li baciano…

Abbandonato, solo, senza di difese.

Amo le case abbandonate perché posso trasgredire con un Lui, una Lei, un Lui e una Lei. Nessuno sa che sono dentro. Nessuno sa chi sono. Sono una maschera fuori, dentro sono me stesso. Senza filtri, senza distinzioni, senza formalismi. A volte, troppo esagerati.

Amo le case abbandonate perché avevano vita. Prima.

Prima, storie si intersecavano. Famiglie litigavano e facevano pace. Ester e Simone si amavano, per la prima volta.

Amo le case abbandonate perché sono come pagine di libro: vissute, tenute quasi sempre in disparte, apparentemente sterili.

Solo in case abbandonate sento la mia fragilità. Che mi permette di essere chi sono e riempire pagine bianche. Bianche come quelle di ieri. Nere d’inchiostro come quelle di oggi.

Buona serata,

Em@