134: 15 settembre (Chiamami, cazzo!)

Buen@s,

Una camera vuota. Non c’è nessuno. Ci sono delle scartoffie lasciate dal precedente proprietario, un telefono attaccato alla presa di un muro, quasi cadente. Forse pericoloso.

Questo telefono rosso diventa soggetto di una foto, che ho in mano, fatta dal mio migliore amico per il suo book. Che presenta alle agenzie. Agenzie che quasi mai rispondono, che lasciano sulla scrivania lavori fatti di sudore.

Questo telefono sembra parlare. Ascoltare le voci che un tempo provenivano da lontano. Voci che usavano questo mezzo solo per necessità e non per comunicare sempre e comunque.

Questo telefono sembra quello delle cabine. Che gli amanti utilizzavano di nascosto, perché volevano essere liberi di dirsi amore, ti amo, che bella che eri oggi.

Questo telefono sembra quello delle risposte importanti. Signora, la chiamo per dirle che ha superato il colloquio e da oggi è la nostra nuova segretaria.

Questo telefono per gli altri, invece, è un oggetto che fa da contorno ad un ambiente vuoto, nonostante ne sia il protagonista. Un oggetto senza anima, né parole. Senza attese, né ritorni. Senza adrenalina prima di ricevere una risposta. La risposta.

Ripongo la foto nel book ed esco.

Esco senza dire nulla, mentre un suono mi annuncia che mi è arrivato un messaggio su whatsapp.

Un messaggio di uno, che conosco di vista, che mi deve parlare di un lavoro. Che non chiama perché forse è più semplice così.

Mil besos, 

Em@

135: 14 settembre (Cara zia…)

Buen@s,

                                                                                                                           Pescara, 14 settembre 2000

Cara zia,

qui dalle mie parti, la solita vita. Non mi posso lamentare, perché la monotonia mi rende viva. A differenza, di come la pensano i miei amici. Loro pensano, anzi credono, che solo andando fuori e viaggiando si possa assaporare la vita. Darle un senso.
Io amo viaggiare, come tu ben sai. Ti ricordi la vacanza che abbiamo fatto in Grecia? Che bei momenti e quanta spensieratezza.
Ma, io amo anche vivere la monotonia della mia vita. Alzarmi alla solita ora, fare colazione con il latte parzialmente scremato ed il cacao. Uscire a prendere il giornale. Farmi una passeggiata, prima di andare all’Università. Lo sai quante scoperte mattutine? Tante. Un fiore nuovo, un prato diverso. Un passante mai visto. Che ha sempre qualcosa da raccontare. Ad esempio, oggi ho intravisto un uomo che assomigliava allo zio: alto e prestante, con gli occhiali simili a quelli di Pessoa, e un andamento un po’ curvo. Mi è scesa anche qualche lacrima, perché da quando lo zio è morto, ha lasciato un vuoto incolmabile. Ci penso sempre e quando vedo qualcosa o qualcuno che mi fa pensare a lui, piango. Lo sai che sono sensibilie, zia! La sensibilità, una brutta e, a volte, bella bestia. Dipende dalla prospettiva da cui la guardi.
Tornando alla monotonia della giornata, ti parlo del mio pomeriggio. Solitamente studio, perché la mattina ho le lezioni. In questo periodo, sto affrontando lo spazio nelle opere di Federico García Lorca. Ed in particolare le mura de La Casa di Bernarda Alba. Mura bianche che isolano le figlie di Bernarda dalla realtà, mura che circoscrivono, che allontanano il fluire naturale della vita.
Come quando hai un blocco interiore e non riesci ad emergere, perché qualcuno o qualcosa, ti impedisce di fare un passo in avanti. Il passo fondamentale che serve per cambiare. Per vivere. Zia, come quando Luca non mi faceva uscire, perché era geloso. E io acconsentivo. Acconsentivo perché non ero forte, non avevo in mezzi per essere la vera me stessa.
Zia, ora ti devo lasciare, perché è quasi l’ora di cena. Devo preparare che papà torna. La mamma tornerà più tardi. Stasera patate al forno e salsicce. Dovrei stare un po’ a dieta, ma stasera faccio uno strappo alla regola.
Zia, ti mando un bacio forte e un abbraccio sentito, la tua nipote pensierosa.

                                                                                                                                     A presto, 

                                                                                                                                            Maria

 

Mil besos, 

Em@

134: 13 settembre (Un nuovo inizio)

Buen@s, 

Sono alla fermata dell’autobus. In una Roma in movimento.

Gli studenti sono già tornati, le mamme assillano i figli già con i compiti. E’ solo il primo giorno di scuola.

La fermata non è molto accogliente. Non c’è un posto dove sedersi.

Mi siedo su uno scalino. Affianco a me, c’è una rumena che litiga in rumeno con il suo fidanzato. E’ un litigio non da poco. Lei piange disperata, le lacrime continuano a riempire un viso oramai stanco.

Forse non è la prima volta che litiga. Forse è un circolo vizioso dal quale non sa uscire.

Anche io, qualche tempo fa, ero innamorato di un ragazzo. Preso. Infatuato. Vedevo solo lui, pendevo dalle sue labbra. Lui mi tradiva, mi faceva soffrire. Ma, puntualmente ci tornavo. Come un cane bastonato. Ferito.

La rumena continua ad urlare. Tutti si girano. Io faccio finta di niente.

Continuo a leggere un libro, che avevo appena iniziato la mattina. Faccio finta di leggerlo.

La rumena urla per l’ultima volta. Come ha urlato Bruna, il cagnolino di mia zia, prima di morire. Un urlo pieno di ferite, laceranti. Ferite che ci indirizzano verso due strade: vivere o morire.

Bruna, purtroppo, è morta. Aveva un tumore.

La rumena ha scelto di vivere. Di mettere un punto a una relazione, senza fine. Una relazione che iniziava, finiva, ed iniziava nuovamente.

Ho preso l’autobus. In lontananza, la rumena piange lacrime, come non mai. Lacrime che fortificano, perché ha capito che, a volte, si deve scegliere. Mettere un punto.

E riniziare.

Mil besos, 

Em@

133: 12 settembre

Buen@s,

Persa. Cerco una direzione. Bianco è il colore che vedo. Bianco reale. Non sporco o panna.

Bianco come la neve di dicembre.

La prima neve. Quella che cade incessantemente. E mi isola in una città che non mi appartiene. Non sono me stessa. Non sento vibrare emozioni che vorrei provare a cena, con un bel tipo, mentre ci guardiamo. E io gli dico: “Come sei carino!”

Lui però non mi risponde. Continua a guardarmi negli occhi. Accetta il complimento. E lo ricambia senza parlare.

Bianco come una pagina senza quadretti. Senza righe.

Un bloc-notes bianco, dove ci può disegnare, scrivere appunti. Frasi sospirate. Emozioni che trasformi in parole, che metti in una carta apparentemente uguale. Che d’improvviso diventa tua.

Bianco come un cane bianco.

Che ha paura, di tutto. Tutti. Che si ferma, ovunque. Perché qualsiasi rumore lo distrae. Qualsiasi persona gli mette timore. Poi, però quando gioca con gli altri cani, lo vedi libero. Felice. Con la coda che oscilla. E la fierezza di aver condiviso quell’attimo con i suoi amichetti. Poi, tutto torna uguale, quando lo riporti in strada. La strada che lo riporta a casa. Una casa che gli appartiene, ma che ancora non sente sua.

Persa. Cerco una direzione. Un colore. Qualcosa che renda speciali le mie giornate. Che le renda dinamiche. Vive. Come gli interni degli asili, con immagini tutte colorate. Come il parco giochi della villa, che si riempie di bambini, a qualsiasi ora. A partire dalle 15.30, ora che è iniziata la scuola.

Persa, cerco strade dinamiche, sentieri colmi di erba verde, forni che aprono alle quattro di mattina. Con l’odore del pane, dei dolci, che preannunciano una nuova giornata.

Una giornata particolare.

Forse azzurra, o verde.

Rosa

Mil besos,

Em@

132: 11 settembre

Buenas,

11 settembre 2001

Non accendo mai la televisione a quest’ora. Quando si ha un bambino appena nato, da cullare, da accudire, fargli da mangiare, la televisione è l’ultimo dei tuoi problemi.

Di solito, sola, in questa casa di campagna, nei momenti di relax, mi metto fuori a vedere i gatti che litigano. Fuego cerca sempre di rubare il giochino di Blanca, che con grazia accarezza un topo di peluche.

Mi rilassa vederli. Mi rilassa la natura. Gli alberi che ondeggiano. Oggi c’è un leggero venticello. Piacevole. Non fa caldo, né fresco. Le galline al solito posto, l’orto fermo. Mio marito, prima di andare a lavoro, cura questo quadrato di verde pieno di zucchine, pomodori e piselli.

Io faccio la mamma ed è un duro lavoro.

Durante la giornata, mia madre, Assunta, mi chiama più di una volta, con un Alcatel di ultima generazione, che ha pagato un bel po’. E lei si vanta di questo acquisto. “Bianca se vuoi te ne compro uno anche a te” “Vai in giro sempre da sola e se ti succede qualcosa con il bambino, come fai, come fate?”

Ogni volta le dico che non mi serve un telefono e che ho il fisso. Quello basta ed avanza.

Rientro dentro e Blanca mi segue. Mi siedo sulla poltrona e accendo con il mio sedere, per sbaglio, la televisione.

Un aereo si è scontrato contro una torre. Penso che sia un film, ma poi scopro che non lo è.

Imperterrita, davanti a tutti i canali, non riesco a credere a quello che sta succedendo.

Un altro aereo, in diretta, colpisce un’ altra torre.

Imperterrita, inizio ad agitarmi. Non visivamente.

Emotivamente, non ho mai vissuto una strage di questi livelli, in prima persona. Ho sentito parlare di guerra, “grazie” a mio nonno. Di campi di concentramento. Di uomini e donne che venivano uccisi solo perché erano ebrei, omosessuali, zingari.

Emotivamente rintronata, spengo la tv. Guardo mia figlia, che piange perché deve fare la poppata.

L’appoggio al seno. Sento la sua piccola bocca che sfiora la mia mammella.

Guardo fuori.

Gli alberi ondeggiano, altri gatti litigano, il sole con i suoi raggi colpisce case chiuse a chiave.

Guardo fuori.

E non so che fare. Per la prima volta.

Mil besos,

Em@

130: 9 settembre

Buenas, 

Ho 40 anni oramai. A dire la verità, sono ancora un bell’uomo. Senza capelli bianchi. Senza capelli.

A parte la mia calvizie, sono affabile. Ci so fare con le donne. Donne più piccole. Mi piacciono le ventenni. E’ un mio difetto. Ma, l’odore della pelle giovane, mi rende virile. Mi permette di dare più attenzione al mio corpo. Un corpo tonico. Poco palestrato, per nulla magro.

Sono vicino alla finestra della mia camera. Della mia camera d’infanzia. Ogni fine settimana vengo a trovare la mia mamma e l’aiuto con i nipoti. Piccole pesti, che distruggono la casa in un batter d’occhio.

Dalla mia finestra si vedono: una montagna, una casa che qualche tempo fa era un ristorante. Poi è diventata una casa. Poi di nuovo un ristorante.

Dalla mia finestra, ora passano macchine, che trasportano gente. Bambini che piangono, mamme che litigano con mariti sempre assenti. Signore che guidano nonostante l’età. E signori per nulla divertenti che condizionano la guida con un perenne: “Guida piano!”

Io, sono solo in questa camera di ricordi.

La scrivania di quando andavo a scuola. Che è rimasta come un tempo. Giorni interi è stata il mio supporto, la mia fedele amica.

Il quadro che mi ha regalato mio padre per i miei diciotto anni. Lui è un pittore, che io definisco copista. Perché ha una capacità innata di riprodurre in maniera minuziosa tele di artisti importanti.

Poi, c’è il letto. Dove ho pianto. Fatto l’amore di nascosto. Che ho condiviso con il mio migliore amico. Dove ho riso molto. Moltissimo. Sorriso un po’ meno.

Ora seduto a terra, continuo a guardare fuori.

Mentre, mi rendo conto che solo in questa camera mi sento al sicuro. Coccolato. Amato.

Vorrei rimanere sempre qui.

Ma, so che non è possibile.

Mil Besos,

Em@

129: 8 settembre

Buenas,

“Prendo il 170. Tutti i giorni. A volte, cambio posto. Quando lo trovo occupato. Amo il sedile vicino alla finestra. Finestrone unico, direi.

Attraverso Viale Marconi. Vetrine addobbate. Tra tante, ce n’è una a cui ho chiesto lavoro. Ma cercavano fino a 24 anni. Ed io ne ho 25. Per un anno! Che differenza c’è? Non l’ho mai capito.

Nella vita di tutti giorni forse c’è differenza. Non in quella lavorativa! Almeno è quello che penso io!

In un anno cambiano tante cose. Cambia l’amore. Se ce l’hai. Io sono single. L’anno scorso ero fidanzato, con una gatta morta di città, che con le sue borse firmate pensava di cambiare il mondo. E poi con uno problematico come me! La borsa diventa l’ultimo dei miei problemi.

In un anno ho perso un amico. Così, all’improvviso. Incidente stradale. Ho sofferto molto. Che non sono potuto andare al funerale. E salutarlo. Dargli l’ultimo addio. Sono stato per due mesi al letto. Con mia madre che mi portava il pranzo e la cena. Due mesi d’inferno. Inferno freddo.

In un anno, anche se non sembra, sono più evidenti le rughe di tua mamma. Che fa di tutto per nascondere l’età. Anche se io la preferisco piena di rughe, piuttosto che con una faccia rifatta. Stile Cher. Le rughe denotano il tempo che avanza, ma anche il tempo che è passato. Quello che ti ha permesso di diventare quello che sei. Quello che ti ha insegnato tanto, dato tanto. E tolto pure. Purtroppo o per fortuna. Dipende dai casi.

In un anno cambiano gli amici, per litigi futili, per frasi dette male in circostanze dove si doveva per forza essere perfetti. Ma, chi è perfetto? Penso proprio nessuno. L’imperfezione è la perfezione per eccellenza. Frase fatta, forse banale. Ma è quello che realmente penso.

Mi suona il telefono, rispondo. Arrivo alla fermata. Scendo.”

Mil besos,

Em@

128: 7 settembre

Buenas, 

Piove, senza interruzione.

Case aperte, nonostante il tempo. Aperte, nel senso, che c’è qualcuno.

Qualcuno che ascolta, dalla finestra, la pioggia che cade.

Che sbatte contro macchine appena comprate. Che si infrange in capelli appena lavati. In sguardi appena percepiti. Sinceri. Sinceramente innocui.

Due passanti passeggiano. Ombrelli firmati, vestiti di marca. Parole che escono senza sapere quale direzione prendere. Parole che escono, così, per riempire uno spazio. Per riempire il tempo, che, ahimé, inesorabilmente, passa.

 

Piove, senza interruzione.

Due bambini, giocano con due cani, estremamente viziati. Si buttano a terra, alla ricerca di giochi, da ritrovare sotto letti che non hanno mai consumato. Letti puerili, con coperte di Spiderman.

I genitori, in un’altra stanza, litigano. Aiutati da questa pioggia incessante, che nasconde le parolacce, le grida. Gli spintoni, i graffi.

Uno di loro, esce. Lui, ora fuori la porta di una casa singola, mentre la pioggia lo bagna completamente. Pensa che deve cambiare. Devono cambiare le cose.

Non può andare avanti così. Lo deve fare soprattutto per i suoi figli.

 

Piove senza interruzione.

Un uomo si allontana dalla sua casa. Sa che non tornerà più.

Due bambini continuano a giocare con due cani dispettosi.

Una donna, seduta vicino a un camino spento, si fuma una sigaretta. Anzi due. Anzi tre.

Trema perché ha paura. Paura di rimettersi in gioco. Sola, senza nessuno.

 

La pioggia cessa di esistere.

Le nuvole si allontanano, il cielo si apre.

E’ tornato tutto com’era prima.

Solo apparentemente.

 

Mil besos,

Em@

126: 5 settembre

Buenas,

oggi, piove. Bianca fa la pipì per tutta casa. Pedro la bacia, come se fosse la sua fidanzata.

Ora, sul mio letto, mi guardano, come se fossi una star del cinema. Mentre scrivo parole, che vorrei orientare verso il concetto di apparenza.

Apparire o essere? Essere o apparire?

Io appaio come sono. Anche se chi mi guarda dall’esterno potrebbe pensare male, bene. Potrebbe dire apparentemente che io sono un altro. Un altro me.

Ma, io, dritto per la mia strada so qual è il limite tra l’essere e l’apparire. A volte, esagero nell’apparire. A volte, tralascio l’essere. A volte, tralascio l’apparire. E come un poveretto vado in giro per la mia strada, indossando ciò che voglio. E so che chi mi guarda potrebbe dire qualcosa. E questo qualcosa generare un’ offesa. Offesa che non mi tange, ma che combatto attraverso le parole, l’eloquenza.

Dopo lo sguardo attonito di chi mi ha giudicato, le mie parole risaltano nell’aria, indebolendo le convinzioni di professionisti, che subito cambiano espressione. Faccia.

Oggi per esempio, davanti alla porta del tribunale, vengo fermato da un poliziotto, che non ha fermato la donna che entrava prima di me. Lei era ben vestita, ben truccata, esteticamente perfetta. Io, vestito decente, con maglietta semplice e jeans, con due orecchini a forma di foglia, su ogni orecchio. Apparentemente diverso dalla signora, forse ugualmente competente. Forse.

Perché la Signora non è stata fermata? Poteva tenere nella sua borsa una pistola.

Comunque, quando inizio a parlare in tono aulico (tono che uso molte volte in mia difesa), il poliziotto cambia espressione. La tensione del viso, si rilassa. E lo spirito inquisitorio scompare.

Io mi chiedo: “Perché devo usare il tono aulico per essere credibile? Perché?

Mi rispondo sempre che essere se stessi ti dà libertà, ma nello stesso tempo ti mette dei paletti. Paletti che mi obbligano ad usare un tono aulico, per essere ascoltato.

In un certo senso, è una sorta di bullismo. Che personalmente combatto. Ma, mi metto nei panni di chi non ci riesce. E che muto (per mancanza di mezzi) non combatte il finto conformismo.

Vi lascio! Mi sono troppo dilungato!

Vado a spupazzare quei due mostriciattoli che apparentemente si sono addormentati. Anche se con la coda dell’occhio non hanno mai smesso di guardarmi.

Buona serata e

Mil besos, 

Em@

 

124: 3 settembre

Buenas, 

sto scrivendo ora, perché stasera dormo dai miei. Vado nel mio paese natale e domani ritorno a Chieti.

Il mio paese d’origine ( di cui vi avevo già parlato) si chiama Manoppello. E’ un piccolo paese nell’entroterra abruzzese, a 30 minuti dal mare. A 30 minuti o poco meno dalla montagna.

 

E’ un paese che mi ha dato tanto. Soprattutto nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza.

Vivere in un Paese ti permette di apprezzare le piccole cose, lontano dal caos e dalla vita frenetica di una grande città. Ti permette di costruire legami, che perdurano nel tempo. Tempo di ricordi, che affiorano quando sei lontano e tutto sembra non avere senso.

La vita di un Paese è una vita autentica, dove si mangia bene, con prodotti sani. Dove le conversazioni sono un toccasana autentico. Senza doppi fini.

E poi si è tutti cugini. Questo si percepisce soprattutto quando sei fuori. Fuori regione, ad esempio.

Quando stavo all’Università a Roma, incontravo una ragazza di Manoppello, con la quale non avevo condiviso nulla, a causa di età diverse. La conoscevo di vista, sì, ma non c’avevo mai parlato. Invece, quando l’ho vista in Facoltà, sin dal primo momento, si è instaurato un rapporto di fratellanza e di unione. Che ancora oggi dura. Nonostante la lontananza (Lei è rimasta a Roma).

Vi lascio, con un altro video, il “Velo di Manoppello“. Velo portato al fisico Giacomo Antonio Leonelli (che abitava a Manoppello, tra l’altro dove abitava la mia bisnonna), da un pellegrino sconosciuto. Che è scomparso improvvisamente. Senza lasciare traccia.

 

Mil besos,

Em@