Storie

L’uomo solo

Conosco un signore che ha come proprietà una macchina. Quando vado in palestra, lo incontro. Cura la sua macchina come la rosa del Piccolo Principe.

Questo signore ha gli occhiali da vista ed avrà circa 50 anni. Parla poco. E’ taciturno.

La sua macchina contiene: lenzuola, letto, vestiti e persino fiori. Ha anche gli elastici che gli servono a “saldare” coperte, per proteggere la macchina dai raggi solari.

E’ un uomo buono, gentile. Ma, come se non esistesse. Forse si sente libero così, forse ha paura degli altri. Del mondo, spesso ostile. Dei pregiudizi che delimitano.

La sua vita gira tutta intorno al suo mezzo. Ma, è un mezzo che non cammina. Un po’ come noi che abbiamo la nostra casa, il nostro rifugio, e ci sentiamo al sicuro solo lì.

 

L’uomo solo di Leo Ferré

 

 

Storie

Ma non sai rialzarti

Attimi si intersecano, forse litigano, forse no. Suonano come spine di rose. Si percepiscono. Li percepisci.

Seduta su una sedia, sfogli pagine di libro. Poi di quaderno. Quel quaderno che odiavi tanto. Addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni. Faccine disegnate.

Ti tocchi i capelli. Sfibrati. Non ti curi come una volta. Quando uscivi, sorridente. E quel sorriso bianco. Senza imperfezioni. Imperfezioni che non pensavi di avere. Ma siamo imperfetti, cazzo!

Bevi acqua calda, perché dici che purifica. A piccoli sorsi, termini quella sostanza quasi sporca. Nera. Quel nero che non riesci a capire. E ti distrugge. Ti sta continuando a distruggere.

Ti alzi dalla sedia. Vai verso la finestra. Fuori tutto è fermo. Sono le tre di pomeriggio. Ed un caldo quasi caldissimo ha reso gelide le rose rosse. Ancora più ferme, le macchine verdi che erano verdissime. D’inverno.

Guardi fuori e guardi dentro.

Ripensi agli attimi, ai ricordi.

Ti hanno resa fragile, sensibile. Dolcemente complicata. Complicata e strana. Agli occhi degli altri.

Ti siedi di nuovo. E continui a sfogliare quel quaderno. Impassibile. Fino a tarda sera.

La sera, ti alzi, vai a letto e fai finta di dormire.

Attimi si intersecano, forse litigano, forse no. Suonano come spine di rose. Si percepiscono. Li percepisci. Ti tormentano perché hai paura di cambiare.

Ma, non sai rialzarti.

Storie

La carezza di suo padre

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foto presa dal web

Si era fatta tatuare un nome di persona. Su quel braccio pieno di ferite. Ferite di un’adolescenza problematica, di abbracci mai dati, di sguardi pieni di odio. Rancore.

Ora in una sala di attesa di un ospedale di provincia, ripensava e pensava a quel padre assente. Quel padre che non l’ha fatta mai sentire sicura. Quel padre che voleva diverso, forse per sentirsi come le altre sue amiche. Che avevano una figura di riferimento. Un porto sicuro, in un mare in tempesta.

Sonia, ora, spera di poter recuperare quel rapporto. Pur sapendo che non era colpa sua. Pur sapendo che lei era piccola e non avrebbe potuto affrontare le cose diversamente.

Sonia ora attende che suo padre si risvegli da un coma che da un giorno all’altro l’ha trasformato. Un corpicino minuto e indifeso in una sala che lei può vedere solo da un finestrone gigante. Un finestrone che ha trasformato la sua rabbia in umanità. Un’umanità che ha fatto scomparire una pioggia incessante scura, che si posava non dolcemente sulla finestra della sua macchina. Ogni volta che i suoi pensieri si orientavano su quell’uomo per nulla facile.

Si è fatta tatuare il nome di suo padre, Sonia. Qualche anno fa. Quando era ancora adolescente ed aveva bisogno di carezze. Le bastava solo una carezza. La carezza di suo padre.

Storie

Quando qualcuno passa…

Rumori di macchine: sono le 3 di pomeriggio. Ma, si sentono in lontananza.

Una macchina al lato della mia panchina sembra morta. È grigia. Vecchia.

Bianca è la casa di fronte. Senza personalità. Costruita a blocchi negli anni ’70. Quando forse c’era ancora voglia di costruire. Costruire e non distruggere. Come oggi. O lasciare all’abbandono.
Le finestre sono chiuse. Chiuse da tempo. Come quelle che vedi lungomare d’inverno. E che sai torneranno a vivere d’estate.

Gli autobus gialli continuano a passare. Non come l’ora di punta. Ma, si sa questo avviene in tutte le città. Soprattutto di sabato, quando il silenzio cala sul giorno.

Un uomo nero, vestito di nero, con occhiali neri e scarpe nere, passeggia. E parla con la sua amante al telefono. Non capendo che a quest’ora le sue parole sono più incisive. Per nulla scontate. Più forti, anche se dette sottovoce. Per non farsi sentire.

Una ragazza di nome Azzurra parla anche lei al telefono. Ma, con la madre. Che la sgrida per non so quale motivo.

Una campana suona tre volte.
Sono le tre.
Las tres de la tarde.
Il silenzio si nasconde nell’ombra e si trasforma in rumore, quando qualcuno passa.

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La perseveranza del sarto

Si alza presto senza pulire la casa. La crosta marrone del piano cottura oramai è un ornamento, come il quadro che gli ha regalato il figlio e che ha appiccicato al muro, sopra il divano della sala.
Esce, dopo essersi lavato, e si reca al negozio, boutique, cantina, luogo di ritrovo.
Ha 75 anni ed è solo. Solo con gli aghi, fili le stoffe e tessuti.
Anche oggi era lì come tutte le domeniche da quando la moglie è venuta a mancare e i giorni sono tutti uguali. Uguali come quando faceva il servizio militare e non aveva voglia di stare in caserma.
Oreste anche oggi era lì chino sul suo lavoro, sorridente con una musica di sottofondo anni ’60, che ogni tanto gli fa alzare il capo e pronunciare qualche parola.
Parole degli anni passati che avevano senso di esistenza, dato oggi solo dalla sua passione e dal suo lavoro.
Dalla sua perseveranza.
La perseveranza del Sarto.

Storie

Giugno

Giugno.
Gli ombrelloni iniziano a giocare tra di loro. È il primo bagno.
Primi adolescenti che saltano scuola per godere il sole. La salsedine e il sapore della pelle.
Una pelle liscia. Beati loro!
Una pelle che sa di sapone di Marsiglia. Nel caso di lavaggio completo.
Che sa di sudore accennato nel caso di lavaggio semicompleto. Per via della levataccia mattutina e dell’autobus pieno.

Giugno.
Le mamme non riposano. I figli iniziano a chiedere: “Mamma posso fare questo? Andare al campo estivo? In piscina con i genitori di Luca?”
Le mamme iniziano a dimenticare l’oasi di febbraio. Quando col brutto tempo, di mattina, prendevano il cappuccino di soia con le amiche delle 8.

Giugno.
Nuovo sole. Nuove esperienze. Nuova luce. Nuovo giorno. Giorno più lungo.
Siamo solo a marzo.
Ciao Giugno! Per adesso.

Storie

Ahimè 


Il sole mi trafigge.
Non ci vedo.
Chiudo anche gli occhi.
Palline nere si muovono. Di qua. Di là.
Sono il frutto di una cervicalgia potente che mi blocca nei momenti in cui perdo l’equilibrio. Nei momenti in cui le azioni quotidiane sono una pura formalità. Formalità monotona quasi burocratica. Anzi burocratica.
Le palline continuano a muoversi e io a chiudere gli occhi.
Vorrei si fermassero.
Ma, so che restano in silenzio con il tempo. Non domani. Fra una settimana, se riposo.
Fra una settimana se smetto di correre.
Di rincorrere le risposte, le domande e i ma.
Di rincorrere Bau Bau di cani e una donna che insegna a suo figlio a fare selfie.
E a mettersi in posa.
Una posa che mai riposa.
Ahimè.